Commentators

La realizzazione degli audiovisivi si è avvalsa, nel tempo, della collaborazione di valenti sacerdoti che hanno curato i commenti al Vangelo.

Dal 2006 al 2008, padre Lino Pedron

Nato il 26 febbraio a Mezzocorona (TN), sacerdote della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore (dehoniani, fu parroco a Bologna, rettore della comunità del Liceo Dehon a Monza, animatore di “Proposta Cristiana”, associazione giovanile  per l’annuncio della Parola di Dio. Dal 1999 al 2005 fu rettore della Scuola Apostolica di Albino. Fortemente impegnato nell’evangelizzazione, fu tra i primi a comprendere l’importanza e l’opportunità offerte dai nuovi media: radio, TV e internet. Chi ebbe modo di ascoltarlo a Radio Mater avrà certamente sentito aprirsi il cuore alla gioia perché, partendo dalla Bibbia, egli parlava sempre e solo del Dio Amore, del Dio che non condanna nessuno e che vuole accanto a sé ogni suo figlio. Gli ultimi anni della sua vita furono segnati profondamente dalla malattia, un vero calvario, accettato con grande coraggio, sempre animato dalla speranza nel Risorto. Padre Lino Pedron è tornato alla casa del Padre il 13 aprile 2010.

Dal 2009 al 2011, padre Fernando Armellini

Biblista Dehoniano, ha conseguito la licenza in Teologia presso la Pontificia Università Urbaniana e in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Ha perfezionato gli studi di storia, archeologia biblica e lingua ebraica presso l’Università di Gerusalemme. Per alcuni anni è stato missionario in Mozambico. Attualmente insegna sacra Scrittura, è accreditato conferenziere in Italia e all’estero ed è autore di video e commenti alle Sacre Scritture tramite un proprio sito.

Dal 2012 al 2014, Roberto Seregni

nato il 09/07/1978 è prete della diocesi di Como. Dopo avere svolto il suo ministero nella comunità di Tirano in Valtellina è ora parroco «fidei donum» nella diocesi di Carabayllo (Perù), nell’estrema periferia nord di Lima, Missione San Pedro. Il suo sito è https://sullatuaparola.wordpress.com/author/robertoseregni/

Dal 2015 al 2017, don Marco Pozza

Originario di Thiene, dove è nato il 21 dicembre 1979, è ordinato sacerdote il 6 giugno 2004. Dal 17 settembre 2011, è cappellano presso il carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova. E’ giornalista e conduttore televisivo (Rai) e tiene conferenze e incontri in tutta Italia, in particolare nelle scuole e nelle parrocchie. L’11 dicembre 2013, sotto la guida del gesuita irlandese padre Michael Paul Gallagher, ha conseguito il dottorato in Teologia Fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Il suo sito è Sulla strada di Emmaus.

ANNO LITURGICO B

I Domenica Avvento b

Stanchi d’attendere:ci manchi, Signore – Mc 13, 33-37     (Commento di don Marco Pozza)

Chiedilo all’aurora. Lei ti risponderà: “E’ di notte che mi alzo e inizio a spargere la luce”. Chiedilo alla Risurrezione. Lei ti risponderà: “Nella notte di quella Croce ho fatto le prove generali per la mia danza”. Chiedilo alla vittoria. Lei ti risponderà: “Nella notte della sconfitta ho avvertito il sapore della rivincita”. Chiedilo all’amore. Lui ti risponderà: “Nella notte dell’abbandono ho riamato il volto dell’amato”. Chiedilo a Maria. Lei ti risponderà: “Nella notte oscura del Sabato Santo ho avvertito i primi passi del mio Figlio vestito di luce”.   Chiedilo a Lui. Lui ti risponderà: “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se di sera o a mezzanotte o al canto del gallo o di mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati” (Mc 13, 33-37). Di notte – in quel labile spazio che abita tra l’oscurità e la luce – affondano le radici il genio e la santità di Gesù di Nazareth che di notte s’alzava per pregare e caricarsi d’Eterno: perché di notte s’avverte meglio l’urto della secchia nel pozzo, la canzone del fuoco, il tonfo di una mela, le parole cupe sulle soglie, il grido del bimbo. Le cose che non passano mai: quelle di Dio e dei suoi avventurieri. Il popolo di Dio attende per entrare nella Terra Promessa: Mosè attende un cenno nel mezzo del deserto, Maria attende un cenno nell’attesa del Golgota   – “Dimmi, Figlio mio, quanto mi resta da attenderti” -, i discepoli vivono nell’attesa del Regno. Chi attende lo fa per un semplice ammonimento, umano prima che cristiano: “Perché non giunga all’improvviso trovandovi addormentati”. E’ il sonno di chi non spera più, di chi varca la soglia di casa e non avverte più il battito di un’attesa. S’addormenta chi non sa più sognare e immaginare, leggere e rimotivarsi, scrutare l’orizzonte e lasciarsi guardare da un volto. Chi non pensa, non cammina, non s’intestardisce a capire il perché del mondo e della storia. Che non vi trovi addormentati, o al più fuori casa come le vergine rimaste senza olio proprio all’approssimarsi dello Sposo. Non ci perdoneremmo mai d’aver smarrito proprio quell’attimo di Cielo per il quale siamo nati e sotto il quale siamo cresciuti: perché i passi di Dio giungono inaspettati al pari dell’Amore che sorprende, puntuali al pari dell’Amore che ci tiene, esigenti al pari dell’Amore che conosce la sua incontentabile fascinazione. Verrà nelle vesti di un Ladro per strappare dal ventre nostro la disperazione e colmarlo di parole scelte sapientemente, di fiori che somiglino a pensieri, di rose che tengano il lineamento della presenza, di canzoni che facciano danzare gli inferi della notte, di stelle ancora capaci di sussurrare speranzosi spazi di Cielo. Laggiù nel fondo, accavallata tra una grotta e la calotta dell’universo, s’accende il lume di una stella: il sospetto è che anche quest’anno Dio abbia deciso di riscommettere su quell’uomo così denso di mistero e d’attesa da Lui creato. L’attesa che gli chiede è l’altra faccia dell’Amore. Buon avvento: che l’Amore non ci trovi assonnati!

Tired of waiting: we miss you, Lord – Mk 13: 33-37  

Ask it at dawn. She will answer you: “It ‘s at night that I get up and start spreading light.” Ask it to the Resurrection. She will answer you: “On the night of that Cross I have rehearsing for my dance.” Ask it to the victory. She will answer you: “On the night of the defeat I felt the taste of revenge.” Ask it to love. He will answer you: “On the night of abandonment I loved back the face of the beloved.” Just ask Mary. She’ll say, “In the dark night of the Holy Saturday I felt the first steps of my son fully dressed of light.” Just ask Him. He’ll say, “Watch out therefore, for ye know not when the master of the house will come, in the evening or at midnight, or at cockcrow, or in the morning, lest he come suddenly and find you asleep” (Mk 13: 33-37).
At night – in that fleeting space in between darkness and light – rootes the genius and the sanctity of Jesus of Nazareth, who was taken up at night to pray and get charge of Eternal, because at night is subtle and better the impact of the bucket into the well, the song of the fire, the thud of an apple, the gloomy words on the threshold, the cry of the baby. The things that never go out: the ones of God and His adventurers.
God’s people waiting to enter the Promised Land, Moses waits for a sign in the middle of the desert, Mary waits for a sign waiting for Golgotha – “Tell me, my son, how long do have I to wait for you” – the disciples living          in expectation the Kingdom.
Who expects fro Him, it makes it just for a simple warning, human before than Christian: “Why (He) would not come suddenly and find you sleeping.”   It is the sleep of those who no longer hopes,  of those ones who cross the threshold of the house and no longer feels the beat of a wait. It falls asleep who doesn’t know how to dream and imagine, read and build his own motivation again, scan the horizon and let be looked on his face. Who does not think, do not walk, who doesn’t insist to understand the “why” of either the world and the history. Should He not find you sleeping, or outside the house, as the virgins that stayed without oil right close to the Bridegroom approaching. We never forget to ourselves to have lost right that moment of heaven for which we were born and in which we grew up, because God’s footsteps come unexpected like love is surprising, right the same of Love that keeps us , demanding equal to the love that knows his insatiable fascination. He will come in the guise of a thief to snatch from our womb all the  desperation  and fill it with carefully chosen words, of flowers that seems like thoughts, of roses  taking the alignment of the presence,  of songs that make the underworld of the night to dance, of stars still able to whisper hopeful space of heaven.
Over there, in the deep, crossed between a cave and the shell of the universe, kindled the light of a star: the suspicion is that this year God has decided to Re-Bet on the man so full of mystery and awaiting, He created.   The expectation that he asks is the other side of love. Happy Advent: That Love shouldn’t find us sleepy!           

IV Domenica Avvento b

Straripante di Grazia – Lc 1, 26-38     (Commento di don Marco Pozza)

Quella voce era stata simile ad un dolce suono di arpa:  “Ave, Maria, straripante di grazia, il Signore è con te”. C’era profumo di pane e di bucato, in quella casa stavano gli arnesi semplici di tutti i giorni, il lume con la piccola brocca vicino, rami di pesco e rami di pero. C’era il profumo e il sospetto di una giornata qualsiasi in quel mattino a Nazareth. A Maria, anonima donna di periferia,  toccò sperimentare in anteprima ciò che i discepoli sperimenteranno alcuni anni dopo: puoi anche sapere dove incontri Cristo ma non saprai mai dove Lui ti condurrà dopo averlo incontrato. L’unica cosa certa è che quella casa, modesta come chi vi abita, fra poco diventerà troppo piccola per contenere il gaudio di una promessa dilagante – “sarai madre dell’Altissimo” -; di una sorpresa che un piccolo cuore di donna, fosse anche quello della (Ma) donna, non può contenere.L’Eterno scelse la Sua donna proprio nei rioni popolari, nei quartieri bassi, dove i tuguri dei poveri, se rimangono ancora in piedi, è perché si appoggiano a vicenda. L’ha scoperta lì, in mezzo alla gente, e se l’è fatta sua.   “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”:  nessun Giusto non aveva mai goduto di un simile saluto. E’ il più mirabile che non sia mai stato indirizzato dal cielo alla terra: è sbalordimento completo per l’umile fidanzata del carpentiere Giuseppe. Tanto che deve intervenire direttamente il Cielo per reggerla:  “non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”. Ma come può una ragazza portare il peso di una tale scommessa senza subirne le vertigini? Tra l’altro i conti non Le tornano:  “non conosco uomo. Com’è possibile?”. Ci sono giorni nei quali anche il Cielo prova le vertigini: non ci sta ad essere presa in giro, racconta a quell’Angelo di passaggio la sua fatica d’essere rimasta vergine, l’umile appartenenza al rango dei semplici di cuore. Quest’istante poteva bloccare lo scorrere dell’Eterno nel tempo. Non devono essere stati attimi di serenità per l’Eterno. La prima volta che Maria apre bocca, il Cielo trema: pronuncerà cinque frasi e una canzone (il Magnificat). Tanto basta per aver fatto di Lei la donna più sensuale e sensata della storia. Mi piace pensare che in quell’istante Maria abbia udito salire le suppliche angosciate di un mondo che attendeva quest’ora da millenni. E Lei lì, tutta china nello scrutare questo strano itinerario propostole, a immaginare a fondo, tutti gli obblighi annessi e connessi.                                                           “Eccomi, sono la serva del Signore. Sia fatto di me secondo la tua parola“, questa splendida creatura non si è lasciata espropriare della sua libertà neppure dal Creatore. Ma dicendo “eccomi” si è abbandonata a Lui con una libertà così grande che nulla era più scontato che quel sì.

Overflowing of Grace – Luke 1: 26-38 That voice was like a sweet sound of harp: “Hail Mary, overflowing with grace, the Lord is with you.” There was the scent of bread and laundered in that house were the everyday tools, the light cose to the small jug, peach and pear branches. There was the smell and the suspicion of an ordinary day in the morning in Nazareth.

To Mary, anonymous suburban woman, was the one touched by the preview of what the disciples will experience some years later: You can even find out where to meet with Christ but you never know where He will lead you after meeting Him. The only certain thing is that house, modest as those ones who live there, soon it become too small to contain the joy of a great promise – “you will be the mother of the Most High” -; of a surprise that a small woman’s heart, even that of the Madonna, can not contain.
The Lord chose His own woman in tenements, in the slums, where the hovels of the poor, if they are still standing, it is because they rely on each other. He discovered there, among the people, and He made her his own.   “Hail, full of grace, the Lord is with you”: no right man had never enjoyed a similar greeting. And ‘the more admirable that has never been addressed from heaven to earth; it is complete astonishment for the humble girlfriend of the carpenter Joseph. So that must intervene directly Heaven to grip Her: “Do not be afraid, Mary, for you have found favor with God.”
But how can a girl carry the huge weight of such a bet without suffering from dizziness? There is something strange for her: “I do not know man.   How is that possible?”. There are days when even the Heaven test dizzy: She does not like to be fool around, She tells the Angel passing on, her effort to be remained a virgin, the humble belonging to the rank of simple hearted ones. This moment could have been blocking the flow of the Eternal over the time. They must be not  moments of serenity for the Lord.
The first time Mary opens her mouth, Heaven trembles: She will deliver five sentences and a song (Magnificat). That is enough to have made of her the most sensual and sensible woman in the history. I like to think that, in that moment,  Mary has heard climbing the anguished please of a world that was waiting for this hour for millennia.
And She is there, focused to screen this strange proposed route, to deeply wonder about all obligations appurtenances. “Behold the handmaid of the Lord.

May it be done to me according to your word.” this beautiful creature did not let her expropriate of his freedom even from the Creator. But saying “here I am” she let her to be abandoned to Him with a freedom so great that nothing was more obvious that that yes.

Notte di Natale –  Lc 2, 1-14 Commento di don Roberto Seregni)

Ok, ci siamo: è nato! Pronti o no, desiderosi o indifferenti, sereni o indaffarati, Gesù è nato! Dio è entrato nella storia.
Non potremo più arrabbiarci con Lui, addossargli colpe che non ha e puntare il dito contro il cielo accusandolo d’essere lontano. No, Lui è qui. Lui è presente. Lui è in mezzo a noi.
Mi stupisce e mi affascina questo Dio così innamorato dell’uomo da diventare uno di noi per rivelarsi e farsi conoscere. Dio non ha trovato luogo più affascinate e amabile della nostra carne e ha deciso di abitarla e trasfigurarla. Allora il Natale non è solo una rivelazione su Dio, ma anche sull’uomo e sull’umanità! Devo prendermi cura di me e dei miei fratelli perché, questa carne e questa umanità sono state scelte da Dio fin dall’eternità per essere il luogo della sua rivelazione. Quant’è grande Dio!
Ma questo non basta ancora. La cosa che mi lascia sempre più senza fiato e mi fa annebbiare la vista quando ci penso, è il “come”. Dio decide di farsi uomo e davanti a sé ha un’infinità incalcolabile di possibilità: un paese in pace e con un’economia florida? Una città moderna e attrezzata? Un padre medico e una madre avvocato? Una clinica moderna e un equipe specializzata? Gran risalto su tutti i quotidiani del globo? No, cari amici, niente di tutto questo. Dio sceglie la piccola Maria e il falegname Giuseppe, entrambi esuli per la follia di un imperatore che decide di trascrivere nei suoi cataloghi il popolo di Dio.

Dio sceglie la città di Betlemme, patria del re Davide. Dio sceglie una grotta. È così che l’Eterno entra nella nostra storia. È così che Dio viene ad abitare tra gli uomini. L’immensità che neppure i cieli possono contenere, ora è stretta tra le braccia tremanti di Maria.
Il creatore di tutto quello che abbiamo sotto gli occhi, ha bisogno di una creatura per sopravvivere. Che ne dite? Pazzesco, vero? Sì, Dio è così.
Se vogliamo capire fino in fondo il Natale dobbiamo grattar via tutte le incrostazioni zuccherine e mielose che sono state appiccicate a questa festa. Certo, ci deve essere spazio per la gioia e la dolcezza, ma Natale non è solo questo. Quel cucciolo di Messia abbandonato nell’abbraccio di sua madre nella grotta di Betlemme, dovrebbe farci sussultare sulla sedia e rimanere senza fiato. Tutta questa festa, tutta questa attesa è per Lui! Per quel bimbo infreddolito e indifeso che deve essere nutrito al seno della madre, cambiato, coccolato e curato. Lui è il Festeggiato! Questo è lo scandalo del Natale.
Allora Buon Natale a tutti! A te che lo hai atteso e invocato. A te che proprio non ne vuoi sapere di Dio e di tutte le sue presunte menzogne. A te che lo senti vicino perché come Lui abiti la periferia della storia. A te che hai smesso di mangiare pur d’avere qualcuno che si occupa di te. A te che stai cercando di fare un passo verso di Lui e non riesci a vedere che Lui ne ha già fatti cento verso di te. A te che dopo anni farai Natale senza il tuo amato marito. A te che dopo tanta solitudine hai trovato l’amore. A te che ancora non trovi la forza per guarire. A te che sei sprofondata nel silenzio. A te che finalmente stringi tra le braccia un figlio tanto atteso ed amato.

Christmas night – Luke 2: 1-14       Ok, here we are: He is born! Ready or not, willing or indifferent, calm or busy, Jesus is born! God entered history.

We can no longer get angry with him, treating Him guilt for something He didn’t do  and point our finger at the sky accusing Him of being away. No, He is here. He is present. He is in our midst.

It amazes me and fascinates me this God so in love with man to become one of us to turn out and be known. God did not find a place more charming and lovable of our flesh and He decided to live there and transfigure it. So Christmas is not just a revelation of God, but also it is on humans and humanity!

I have to take care of me and my brothers, because this flesh and this humanity have been chosen by God from all eternity to be the place of His revelation. How Great is God!But this is still not enough. The thing that always leaves me breathless and makes my view to get obscure  when I think about it, is the “how.” God decided to become man and He got in front of him an incalculable multitude of possibilities: a country at peace and with a flourishing economy? A modern and equipped city? A doctor father and a mother’s lawyer? A modern clinic and a specialized team? Huge highlight on all the newspapers of the globe? No, dear friends, none of that. God chooses the little Mary and Joseph the carpenter, both exiles for the madness of an emperor who decides to write down in its catalogs the people of God. God chooses the city of Bethlehem, the birthplace of King David. God chooses a cave. That’s how the Lord enters our History. This is how God comes to dwell among men.The immensity that even heavens cannot contain, is now caught between the trembling arms of Mary.
The creator of all that we can see, it needs a creature to survive. What do you say about it? Crazy, right? Yes, God is He so. If we want to fully understand the Christmas we must scrape out all the sugary honeyed debris that have been stuck at this party. Of course, there must be room for joy and sweetness, but Christmas is not only this. That puppy Messiah abandoned in the embrace of his mother in the cave of Bethlehem, should make us to jump on our chairs and make us breathles. This whole party, all this waiting is for Him! For that cold and helpless child  to be fed to the mother’s breast, changed, cuddled and cared for. He is Celebrated! This is the scandal of Christmas. So Merry Christmas to you all! To you who have waited and relied upon. To you who just do not want to know God and all his alleged lies. To you that you feel close because you live at the periphery of the story as Him. To you who have stopped eating to have someone who cares about you. To you who are looking to take a step towards him and you can not see that he has already made a hundred towards you. To you that after years will do Christmas without your beloved husband. To you that after so much solitude’ve found love. To you who still can not find the strength to heal. To you who are sunk in silence.

To you who finally tighten the arms a long-awaited and beloved son.

Sacra Famiglia Le tortore o Dio? Il sacerdote sceglie le tortore (Lc 2, 22-40)      

(Commento di don Marco Pozza) Due tortore per la purificazione, quanto basta perché quel Bambino – quaranta giorni dopo la nascita – “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenga un privilegio l’essere come Dio “ (Fil 2,5-6). Un Dio nascosto, feriale, quotidiano: Nazareno prima che Cristo. Dritti al tempio, forse sull’asinello che era già stato mezzo di trasporto e di salvezza oltre il deserto, nell’Egitto dei profughi. Ieri a Betlemme, prima ancora a Nazareth; poi in Egitto e oggi al Tempio: perché nessuno possa dire d’aver veduto l’Eterno prendere qualche scorciatoia. Un giorno la Legge Lui la porterà a compimento: nel frattempo la rispetta. Come gli altri, dunque: al Tempio, al tavolo, nel retrobottega. Nulla di più: così profondamente uomo che faticheranno ad intravedere l’Avvenire in quegli occhi d’infante che solcano i sentieri della gente comune. Che s’apprestano al Tempio in braccio ad una famiglia di quaggiù. Come un Bambino: Nazareno, per l’appunto. Non ancora il Cristo della Gloria. Così anonimo nazareno che il sacerdote nemmeno lo riconosce. Di professione sacerdotale, attendeva anche lui l’Avvento del Messia: nessun popolo fu mai avvisato tanto e anzitempo come il suo. Eppure prende le colombe e li rimanda a casa. Così, distrattamente obbediente alla legalità di Mosè, rispettoso della legge, finanche osservante della burocrazia del Tempio. Eppur così distratto da non accorgersi che nelle sue mani passava il Messia: l’Atteso, l’Invocato, il Desiderato, ciò che di più soave abitava il suo cuore, stamattina gli era giunto in fronte. Quando lo spirito è assonnato, non basta appartenere alla casta dei sacerdoti: la Salvezza passa e prosegue oltre. Non è osservanza, non è ritualità, non è nemmeno moralismo: è una Presenza. Mite, nascosta, quasi impercettibile agli animi distratti. Nazareno, per l’appunto: non ancora Cristo. Un giorno quello Sconosciuto aggregherà a sé il mondo intero: farà uomini nuovi su scorze vecchie e usurate dai vizi. Scoperchierà tombe e inaugurerà sepolcri vuoti. Darà appuntamento a tanti, a troppi, a tutti. Alla cecità del sacerdote è subentrata la spiritualità del pio Simeone; oltre gli ottanta, sacrestano con la sola voglia di morire. Una vita attenta, non distratta. Nell’attesa del Suo passaggio, della sua Venuta: l’ha cercato dappertutto, spesso e sovente nell’ordinarietà delle piccole cose, dei piccoli incontri. E l’ha trovato: quell’Altro – ancor Bambino – ha mantenuto fede all’appuntamento, s’è fatto stringere come promesso. Simeone s’accorge che è Lui. Stamani al Tempio è festa: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Anche al sacerdote la Salvezza s’era rivelata: però stava in tutt’altre faccende affaccendato. Non sapeva che prima d’essere Cristo, quel bambino era Nazareno. Di fronte a Dio, due sguardi si presentano al Tempio: quello di Simeone, vecchio sacrestano col sorriso (la Salvezza ha un Volto) , quello del sacerdote, distratto seppur corretto, uomo di Dio, non s’accorse del Volto di Dio. Quale Dio stava attendendo?

Doves or God? The priest chooses the doves – Lk 2: 22-40 Two turtle doves for purification, enough for that Child – forty days after the birth – “though he was in God, do not feel a thing to be like God” (Phil 2,5-6). A hidden God, working, everyday one. Nazarene before Christ. Straight to the temple, perhaps on the donkey that had been the means of transport and salvation over the desert, then in Egypt of the refugees. Yesterday in Bethlehem, before in Nazareth; then in Egypt and today in the Temple: because no one can say he had seen the Lord take some shortcuts.
One day He will perform the Law: meanwhile He respects it. Like the others, thus: the Temple, at the table, in the back room. Nothing more: so deeply man that they will struggle to glimpse the Future in those eyes of infant that cross the pathways of the common people. Approaching the Temple in the arms of a family down here. Like a Child: Nazarene, precisely.   Not yet the Christ of Glory. So anonymous Nazarene that the priest not even recognize him.Of priestly profession, he awaited the Advent of the Messiah: no people was never prematurely notified and much like his. Yet it takes doves and sends them back home. So, absently obedient to the law of Moses, law-abiding, even observing the bureaucracy of the Temple. Yet so distracted he did not notice that in his hands passed the Messiah: the Expected One, the Invoked One, the Desired One, what more suave lived his heart, this morning he had arrived in front of him.  When the spirit is drowsy, it is not enough just belonging to the caste of priests: Salvation passes and goes beyond. It is not compliance, not rituals, not even moralism… It is a Presence. Mild, hidden, almost imperceptible to the distracted minds. Nazarene, precisely: not yet Christ.
A day that unknown child will aggregate to himself the whole world: He will do new men on old and worn flashes peels from vices. He will open tombs and empty graves. He will give appointment to so many, too many, to all of them. To the blindness of the priest took over the spirituality of the pious Simeon; over eighty, sacristan with the sole desire to die. A attentive life, not a distracted one. In expectation of His passing, of His coming: he searched everywhere, often and often ordinariness of small things, small meetings. And he found Him: the Other – even child – has kept faith to the appointment, made himself tighten as promised. Simeon realizes that it is Him.It’s party time today at the Temple: “Now you can let, O Lord, thy servant depart in peace, according to thy word, for my eyes have seen your salvation.” Salvation had revealed even to the priests: though he was otherwise occupied. He did not know that before being Christ, that child was Nazarene. Before God, you have two looks at the Temple: the one from Simeon, the old sacristan with a smile (Salvation has a Face), the other from the priest, distracted though correct, man of God, that did not notice the face of God. Which God was waiting?

2 Domenica di Natale In un batuffolo di ciccia… – Gv 1, 1-18         (Commento di don Marco Pozza)            

Lei lo guarda, lui lo guarda, loro lo guardano:  “Oh, Signore. Dio mio!”. Con addosso all’espressione povera dei poveri e l’inarrestabile stupore per una bellezza insostenibile. Loro lo guardano, Lui li guarda, è poco più di un batuffolo di carne che strilla al freddo ma negli occhi trattiene qualcosa di fascinoso: un mistero ivi racchiuso, di un indicibile ardito a dirsi. “Prendilo in braccio Giuseppe” – gli sussurra Maria. Il carpentiere è sbigottito, annientato all’idea di poter toccare Iddio:  “mio Dio” – si lascia scivolare dalle labbra mentre, con rispetto, se lo stringe al cuore. Poco più in là Maria cerca panni per farne pannolini: c’è da vestire Iddio prima di depositarlo nel fieno degli umili. Tra le mani, panni di lino e di fasce: li scalda al fuoco e avvolge il Mistero che giace nelle braccia sicure di quel carpentiere dal sangue nobile. Lo toccano, lo stringono, lo avvolgono: è un Dio incredibile solo a dirsi. Ad immaginarsi sembrava già pazzia. A toccarlo si lambisce il confine tra il dicibile e l’indicibile. E’ un Dio imbarazzante:  “dove lo mettiamo ora?” – è la prima preoccupazione di Maria. C’è della legna, Giuseppe se n’accorge e la copre col suo mantello per fare il primo letto del Salvatore. Immaginare Cristo è opera d’artisti e di geni, vedere Iddio è sognare l’inimmaginabile, immaginare e vedere: ma toccare Dio è da batticuore. Perché un Dio che si lascia toccare e baciare, coccolare e cambiare i panni, stringere e sbracciarsi dall’emozione è un Iddio fuori misura, da rossore sulle gote imbianchite dall’attesa. Un Dio sorprendente che s’è fatto attendere a lungo per far divampare il desiderio dell’uomo. E’ il tempo gravido di trepidazione, di tripudio, d’ansia, di speranza e d’improvvisazioni. La casa di Dio è quel grembo vergine di Donna, quell’inspiegabile fiducia di Giuseppe, quell’ardito e ardimentoso sogno di Dio: “Dio si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Si è fatto uomo e si è dato anche un soprannome, proprio come i casati degli uomini di quaggiù: Emmanuele (che significa “Dio è con noi”). Pane e lune, panni e stagioni, vagiti e silenzi, incontri e scontri, Cielo e disperazione: c’è dell’inspiegabile in quello sguardo attonito e divino contornato da quei due, curvi sulla greppia a contemplare quel visetto grosso come un pugno d’uomo. A contemplare Iddio, sorto da un’anonima storia d’amore di periferia. Di Nazareth. C’è odore di gregge appresso la stalla: nel frattempo la storia si agita. C’è musica di cornamuse sullo spiazzo dinnanzi.

C’è la frenesia della festa tutt’intorno: una stella – adombrata nella sua cometa – ha tradito la presenza della Presenza. Fra poco Giuseppe aprirà la porta per quelli di fuori. Chissà cosa diranno: forse se l’aspettavano diverso, più robusto, magari già con la barba addosso. Pazienza, forse è giusto così.

Che a salvare il mondo non fosse la noia prevedibile del potere ma l’ingenua fragilità di un bambino. Aprono la porta: solo luce e silenzio. Le parole inciampano.

In a wad of flab … She looks at Him, he looks at Him, they look at Him: “Oh, Lord. My God!”. Wearing poor expression of the poor and the unstoppable amazement for an unsustainable beauty. They look at him, He looks at them, He is little more than a wad of flesh that screams in the cold but in His eye He retains something fascinating: a mystery enclosed therein, an unspeakable daring to say. “Take Him up Joseph” – whispers Mary. The carpenter was shocked, annihilated to the idea of being able to touch God: “My God” – let he slip from his lips as, with respect, he presses Him to his heart. A little farther Maria tries to make cloth diapers: we got to dress God  before to deposit Him in the hay of the humble. Between coats, linen cloths and bands: She warm the up at the the fire  and she envelops the Mystery that lies in the safe arms of that carpenter from noble blood. The touch Him, shake Him, wrap Him: God is a just incredible to say.
Figuring this out, everything already seemed madness. To touch Him the border between the speakable and the unspeakable is slightly touched. He’s an  embarrassing God: “where do we place Him now?” – It is the first concern of Mary. There is wood, Joseph get aware of this and cover it with his cloak to make the first bed of the Savior. Imagine the Christ is artists and geniuses work, to see God is to dream the unthinkable, imagine and see, but touch God’s heart-pounding. Because a God who got touched and kissed, cuddled and changed clothes, tighten and wave their arms with emotion is an outsized God, by redness on the cheeks of bleached by waiting. An amazing God who became awaited for long to flare up the desire of man.
It is a time full of trepidation, riot, anxiety, hope and improvisations. The house of God is the womb of a virgin woman, that inexplicable confidence of Joseph, that bold and daring dream of God: “God became flesh and dwelt among us.” Became man and was given a nickname, just like the families of the men of this world: Emmanuel (which means “God is with us”). Bread and moons, cloths and seasons, whimpers and silences, meetings and clashes, Sky and despair: there is some unexplained in the blank stares and divine surrounded by those two, curved on the crib to contemplate that little face as big as a fist of man. To contemplate God, risen from an anonymous suburban love story. Of Nazareth.
It smells like sheep following the stable: in the meantime the story stirs. There is music of bagpipes on the square in front. There is a frenzy of celebration around: a star – foreshadowed in his comet – betrayed the presence of the Presence. Soon Joseph will open the door for those ones outside. Who knows what they will say, perhaps they expected different, more robust, maybe with a beard on him already. Patience, perhaps it is rightly so. That saving the world is not predictable boredom of power but the fragility of a naive child. They open the door: only light and silence. The words stumble.

2^ Tempo Ordinario – Don Marco Pozza –   Cerchiamo Te, l’Amore – Gv 1, 35-42         

“Ecco l’agnello di Dio!(Gv 1,36), i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù”(Gv 1,37) ”. “Sentendolo parlare così”: chissà di quale gioia vibravano quelle sillabe. Pensa un po’: chi di noi, se un uomo straordinario, capace di leggere dentro ci facesse vergognare di noi stessi, correrebbe a chiamare della gente per portarla da Lui? Ha trasmesso al loro cuore così tanta gioia, passione e raffinatezza che l’aggancio è partito puntuale. Vedendo che lo seguivano, quell’Uomo si voltò e disse: “Che cercate?”. Interrogativo secco e puntuale di un Messia tanto atteso. Sono le prime sillabe che Gesù di Nazareth pronuncia nel vangelo di Giovanni. Con la sua domanda, gentile e rispettosa, Gesù non chiede “chi” ma “che cosa”. Non dunque: “cercate me?”, che sarebbe ovvio. Ma: “che cosa sperate di ottenere seguendomi”. Gesù interroga non per informarsi, perché Egli conosce tutto fin dall’inizio e penetra i cuori. Egli domanda per provocare la risposta, per suscitare una sete, per far esplodere un desiderio! E alla domanda di Gesù che sollecita dei chiarimenti, i due discepoli rispondono con un’altra domanda: “Rabbì, dove abiti?” “Venite e vedrete” (Gv 1,38-39) è la risposta aperta, incerta e affascinante di quell’Uomo uscito da trent’anni di quotidiano vivere a Nazareth. “Verrà un giorno – ebbe a profetizzare uno scrittore francese – in cui gli uomini saranno così stanchi dei loro simili, che basterà loro parlar di Dio per vederli piangere” (L. Bloy).

Gesù di Nazareth non dice che cosa vedranno né quando. Sarà rimanendo con Lui che il futuro si dischiuderà ai loro occhi: “Andarono e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui, erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39). “Andarono”. Cioè: s’incamminarono, abbandonarono il certo per l’incerto, si dimostrarono uomini coraggiosi.   Pensa te, si ricordano pure l’ora: le quattro del pomeriggio. Alle quattro del pomeriggio, ognuno ci arrivò con la propria storia. Tutto fu memorizzato perché la loro vita fu trasformata. Troppa gioia dentro quei piccoli cuori, troppo pesante da reggere quello sguardo, troppo grande l’entusiasmo di quell’incontro. Andrea corre da suo fratello, Simone e gli urla: “Abbiamo trovato il Messia”. Reti da riannodare, uncini da rifinire, pesche da effettuare… Anche il mondo di Simone va in tilt, “fissando lo sguardo su di lui disse: Tu sei Simone; figlio di Giovanni. Ti chiamerai Cefa” (Gv 1,42). Quasi a dire: ti conoscevo, ti aspettavo, seguimi! Chissà che occhi possedeva quell’Uomo. Eppure ce lo diranno con una Croce sul capo: Gesù di Nazareth non è per tutti. E’ vero: non ti chiede poco. Tutto sommato non ti chiede nemmeno tanto. Il problema è un altro: quell’Uomo ti chiede tutto. E noi non lo vogliamo capire: ingordi come siamo di miracoli, noi battiamo le mani ogni volta che il paralitico salta in piedi al suo comando, che la donna gobba si raddrizza sotto la curvatura delle sue mani, che il muto parla e la figlia di Giairo si sveglia sul suo letto di morte. Non capiamo che il vero miracolo del Vangelo è un altro: due uomini sani che si alzano in piedi e, senza voltarsi indietro, camminano verso di Lui.

Il miracolo che ancor oggi scandalizza il mondo.

We’re seeking for you, The Love –   “Behold the Lamb of God (Jn 1,36), the two disciples heard him speak, they followed Jesus” (Jn 1,37). “”Hearing him speak so” who knows what joy those syllables generated.          Just think ‘Who of us, if an extraordinary man able to read inside of us did make us to be ashamed of ourselves, would run to call the people to take them  to him? He put so much joy passion and sophistication to their hearts,  that the engagement party is punctual. Seeing them following Him, that man turned and said: “What do you seek?”. Dry and timely question of a long-awaited Messiah.
They are the first syllables that Jesus of Nazareth says in the Gospel of John. With His question, kind and respectful one, Jesus does not ask “who” but “what”. Not therefore “seek me?”, That it would be obvious. But “what you hope to achieve with following me.” Jesus asks not just to inquire, because He knows everything from the beginning, and He penetrates the hearts. He asks that to provoke the response, to arouse a thirst, a desire to blow up! And to the question of Jesus that urges clarification, the two disciples answered with another question: “Rabbi, where are you staying?” “Come and see” (Jn 1,38:39) is the open, uncertain and fascinating answer  from that Man come out from thirty years of daily life in Nazareth.
“There will come a day – would prophesy a French writer – in which men will be so tired of their fellows, that just simply speaking  of God will make them cry” (L. Bloy).

Jesus of Nazareth does not say what will they see or when.
It will be staying with Him that the future will unfold in their eyes:
”They came and saw where He was staying, and they stayed with him, it was about four in the afternoon” (Jn 1:39).
”They went”. That is, they walked, they abandoned the certain for the uncertain, they proved to be brave men. By the way they remember well the time: four in the afternoon. At four in the afternoon, each of them got there with his own story. Everything was stored because their own lives were transformed. Too much joy inside those little hearts, too heavy to hold up that look, too great enthusiasm of that meeting. Andrea runs from his brother, Simon, and screams: “We have found the Messiah.” Nets resume, hooks to finish, fishings to be done …
Even the world of Simon goes haywire, “He looked at him and said, You are Simon, son of John. You shall be called Cephas” (Jn 1:42). As if to say: I knew you, I was waiting for you, follow me!
Who knows what eyes  that Man had. Yet they will say it with a cross on the head: Jesus of Nazareth is not for everyone. It ‘s true: He is not asking us for a little. All in all not asking us too much too. The problem is another: that Man asks you for everything. And we do not want to understand Him: greedy as we are of his own miracles, we clap our hands every time the paralytic jumps up at His command, that the woman straightens hump in the curve of his hands, the dumb speaks and daughter of Jairus wakes up on his deathbed. We do not understand that the real miracle of the Gospel is another: two healthy men who stand up and, without looking back, walking towards Him. The miracle that still today it scandalizes the world.

3^ Tempo Ordinario

4^ Tempo Ordinario L’immondo e il Sublime – Mc 1, 21-28 don Marco Pozza

Maledetto Demonio. Nel deserto la voce di Dio è così fragorosa da confondere i sensi. Il profeta abita all’estremo rischio tra il nulla e la salvezza. Il giudizio che Dio riserva a chi rifiuta le parole profetiche è identico a quello di chi rifiuta Dio stesso: “Se qualcuno non ascolterà le sue parole, io gliene domanderò conto”. Oggi la lingua più parlata del mondo è “a vanvera”: ogni giorno miliardi di parole c’investono, ci trafiggono, ci soffocano. Trent’anni fa un giovane usava normalmente 1500 parole: oggi non ne usa più di 600, tutto il resto si basa su luoghi comuni. La Parola di Dio, al contrario, emerge dal silenzio, un silenzio che si percepisce e che pesa, un silenzio che la esalta e la potenzia. La parola, strumento primordiale di cui stentiamo a comprenderne la sua potenza. A Gesù di Nazareth è riuscito a dire il massimo di verità con il minimo di parole. Tutto il Vangelo di Marco, nello stentato greco dell’originale, è composto di 64327 parole che narrano l’inaudito di Dio, il mistero tenuto nascosto per secoli e secoli. Parlava denso l’Uomo di Nazareth perché le sue parole germogliavano da un silenzio profondo, allenato in trent’anni di nascosto apprendistato. Se ho due orecchie e una sola bocca, c’è un perché: devo ascoltare il doppio di quanto parlo. Ecco dove sta nascosta la sorpresa e l’originalità della Parola di Dio: non muore quando è pronunciata, ma proprio in quell’istante inizia a vivere.  Alle sorgenti della creazione Dio disse: “Sia luce! E luce fu” (Gen 1,3). Nella sinagoga di Cafarnao, Gesù di Nazareth ribadisce la validità estrema di quel concetto: “Taci!” – è un ordine che non ammette tentennamenti. Un ordine cui segue un’esecuzione immediata: “Esci da quell’uomo”. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui” (Mc 1, 21-28). Quando molti dei discepoli, dopo aver rinfacciato a Gesù che il suo linguaggio era duro, troppo duro, si trassero indietro e lo abbandonarono, il Maestro domandò a Pietro: “Volete andarvene anche voi?”. Rispose il pescatore, a nome di tutti: “Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.È per questo che rimangono: perché ha parole. Se avesse fatto solo miracoli, non resterebbero. E parole di vita eterna non vuol dire che sono parole che promettono l’eternità, ma parole che danno un senso alla vita. Restano perché parla loro, perché la parola è il più prezioso laccio di comunione tra naufraghi che solo alle parole possono aggrapparsi per sopravvivere e galleggiare. Le parole di quell’Uomo sono già la sponda che li salva. Ci sei? Ce la fai? Sei connesso? “Sono nato sotto una cattiva stella!” – dici tu. Non sei un prodotto astrale – ti ricorda la Bibbia. “Purtroppo sono fatto così! E’ stato più forte di me!” – è la tua scusa. Non sei un prodotto ormonale – ti grida quell’Uomo. “In questa scuola, con questi insegnanti non si può imparare” – è la tua giustificazione alla bocciatura. Non sei un prodotto ambientale, mettitelo in testa. Sei un prodotto personale, Suo. Non basta credere, anche il Demonio crede e teme il Dio che sconquassa le tenebre. Occorre essere suoi discepoli, profeti dell’inaudito e dell’inaspettato, voci scomposte e inarrestabili. Perché profeti della speranza che non muore mai.

The unclean and the Sublime Cursed Demon. In the desert, God’s voice is so loud as to               confuse the senses. The prophet dwells extreme risk between nothing and salvation. The judgment that God reserves for those who reject the prophetic words is identical to that of those who reject God himself: “If anyone does not listen to his words, I will require it of him.”
Today the most spoken language in the world is “nonsense” one: every day billions of words gets over us, pierce us, suffocate us. Thirty years ago a young man was used to use normally 1500 words: today he does not use more than 600 maybe, all the rest is based on clichés. The Word of God, on the contrary, emerges from silence, a silence that is perceived and weighing, a silence that enhances and strengthens. The word, which means primordial it hard to understand its power. In Jesus of Nazareth was able to tell the ultimate truth with a minimum of words. All of the Gospel of Mark, in broken greek original, consists of 64327 words that tell the unheard of God, the mystery hidden for centuries and centuries. He spoke dense, the Man of Nazareth, because His words sprouted from a deep silence, trained in thirty years of hidden apprenticeship. If I have two ears and one mouth, there’s a reason: I have to listen twice as much as I speak. That’s where he’s hidden the surprise and originality of the Word of God does not die when it’s pronounced, but just then begins to live. To the sources of creation God said, “Let there be light! And there was light” (Gen 1.3). In the synagogue at Capernaum, Jesus of Nazareth extreme reaffirms the validity of the concept: “Shut up!” – Is an order that allows no hesitation. An order followed by immediate compliance: “Get out of him.” And the unclean spirit, convulsing him and crying loudly, came out of him “(Mk 1: 21-28). When many of the disciples after Jesus reproached that his language was hard, too hard, drew back and left him, Master asked Peter, “will you also go away?”. The fisherman replied, on behalf of all: “To whom shall we go? You have the words of eternal life. “That is why they remain: because He has the words. If He had only done miracles, they would not remain. And the words of eternal life does not mean that they are words that promise eternity, but words that give meaning to life. They Remain because He talks to them, because the word is the most precious lace of communion between castaways that only words they can cling to survive and float. The words of that Man are already the bank that saves them all.
Are you there? Can you do it ? You are logged in? “I was born under an unlucky star!” – You say. you’re not an astral  product – advises the Bible. “Unfortunately that’s just me! It ‘was stronger than me!” – that Is your excuse. you’re not a hormonal product – that man screams to you. “In this school, with these teachers we can not learn” – is your justification for the rejection. You are not an environmental product, put it in your head. you are a Personal product, His one.Believing it is not enough, even the devil believes and fears the God who shatters the darkness. It must be His disciples, prophets of either the un-heard and the unexpected, broken voices and unstoppable, because prophets of hope that never dies.

5^ Tempo Ordinario

Tutti ti cercano, Maestro! – Mc 1, 29-39 (Commento di don Marco Pozza)        

“Tutti ti cercano” (Mc 1, 29-39). Lui prega colle braccia aperte, sembra benedire il giorno che nasce, l’ansia di Simone non si trattiene. Glielo grida in volto: “Maestro, tutti ti cercano!”. Qualche attimo prima, proprio sull’imbrunire, la suocera di Pietro era stata guarita. Entra Lui e, mentre le donne preparano una zuppa condita di pesce, la rimette in piedi. Uno dei tanti prodigi registrati in quei poco più di mille giorni: gli storpi si raddrizzeranno, i ciechi ci vedranno, le meretrici si convertiranno e le sterili torneranno fertili. Quell’uomo, uscito dal nascondimento di Nazareth, ne guarirà molti ma non li guarirà tutti. Forse voleva che qualcuno diventasse simbolo per tutti gli altri, gli esclusi lasciati nelle loro malattie. Perché sappiano, almeno, non perdere la loro fede, perché sappiano che Cristo vorrebbe anche loro sanati e felici, se fosse sulla terra certamente li toccherebbe. E questo desiderio sia per loro una medicina da spartire: osare di più è ignoranza. So che malattia e salute non sono cosa nostra; che ogni mattina noi possiamo svegliarci, stirare le membra voluttuose e non sappiamo se alzandoci le gambe non ci cadranno di sotto, se andando allo specchio non scopriremmo un male terribile sbocciato nella notte. L’uomo è padrone solo della propria anima, se vuole può salvarla, se non vuole può perderla.   “E’ sperare la cosa difficile – scriveva Charles Pèguy – a voce bassa e vergognosamente. E la cosa facile è disperare ed è la grande tentazione”.

  Alcuni si portano dietro un’immagine di Dio che, di fatto, è superstiziosa. È l’immagine del burattinaio vendicativo che dev’essere assecondato e placato qualora muova un filo sbagliato. Altri se lo raffigurano come un’autorità distante e inaccessibile, completamente discordante con l’amicizia che ci era stata offerta per mezzo di Cristo. È sorprendente il numero di coloro che guardano a Dio come ad una specie d’orologiaio – un Dio che sa spiegare tutto sull’universo, ma perfettamente trascurabile nella vita quotidiana. E vi sono persone che lo conoscono solo come Dio-tappabuchi: di per sé egli non esiste necessariamente, fino a che non c’è bisogno di chiedergli un favore o quando sopravviene una difficoltà.                                                                                 (dalla Lettera dei Vescovi irlandesi – Anno della Gioventù 1985)

“Tutti ti cercano, Maestro”. Immagina la gaiezza di Simone il Pescatore riaccreditato: l’orgoglio d’essere amico intimo del Cercato. “Tutti ti cercano, Signore. Sfrutta la popolarità”: la spensierata ingenuità di chi ha frainteso il cristianesimo con un pugno di gloria. Lui ci riporta coi piedi per terra: “Andiamocene altrove!” – e magari scuote la testa a mo’ di paterno rimprovero. “Come? Proprio adesso, Signore? “Potremmo sempre dire che sei stanco, Maestro!”.”Andiamocene altrove, pescatori!”: servi di tutti e schiavi di nessuno.

Perché all’essere cercati non sempre corrisponde l’essere amati.

All are looking for you, Master! – Mark 1, 29:39 Commentary by Don Marco Pozza

“Everyone is looking for you” (Mk 1, 29:39). He prays with open arms, seems to bless the day I was born, the anxiety of Simone does not hold. Him screaming in his face: “Master, everyone is looking for you.”
Some moments before, just at twilight, the mother-in-law of Peter was healed. He enters and, while the women prepare a soup seasoned with fish, He put her back on her feet. One of the many miracles recorded in those little more than a thousand days:straighten the lame, the blind will see, the prostitutes will convert and sterile return fertile. That man, released from the concealment of Nazareth, he will heal many but not heal them all. Maybe he wanted someone to become a symbol for all the others, the excluded left in their illnesses. Because they know, at least, not to lose their faith, because they too to  know that Christ would like tthem also to be healed and happy, if He were on earth certainly would touch them. And this desire is for them a medicine to share: daring more is ignorance. I know that illness and health are not our thing; every morning we can wake up, stretch our voluptuous limbs and we do not know if, getting up, our legs will fall below of us, if the mirror is not going would discover a terrible evil blossomed in the night.       The man is master only of his own soul, if you want you can save it, if you can not want to lose it.

“Hoping it is the difficult thing – wrote Charles Peguy – with quietly and shamefully voice. And it is easy to despair and the great temptation too.”
Some bring with them an image of God that, in fact, is superstitious. It is the image of the puppeteer who must be accommodated and vindictive move appeased if a wrong wire. Others depict him as an authority if distant and inaccessible, completely discordant with the friendship that we had been offered through Christ. It’s amazing the number of those who look to God as a kind of watchmaker – a God who can explain everything about the universe, but perfectly negligible in daily life. And there are people who know him only as God-stop-gap: in Himself, He does not necessarily exist, until you need to ask a favor or when a trouble occurs.                                                                                (by Letter of the Irish Bishops – Year of Youth 1985)
“Everyone is looking for you, Master.” Imagine the gaiety of Simon the Fisherman once re-credited: the pride of being a close friend of Searched one. “Everyone is looking for you, Lord. Take advantage of the popularity”: the carefree innocence of those who misunderstood Christianity with a handful of glory. He brings us back down to earth: “Let us go!” – And maybe shakes his head mo ‘paternal reproach. “How? Right now, Lord?” We could always say that you are tired, Master. “ “ Let us go somewhere else, fishermen! “Servants of all and slaves of anyone. Because being sought does not always mean being loved.

6^ Tempo Ordinario

La tenerezza di Gesù – Mc 1, 40-45       (Commento di don Marco Pozza)        

Il Vangelo pullula di lebbrosi, tra i borghi della Palestina, a volte, poteva campeggiare il loro grido: “Allontanatevi, siamo infetti!”. Nessuno si avvicinava loro, la pietà cristiana muore nel raggio di qualche metro dalle loro piaghe. Resta solo Lui, il Vasaio nelle cui mani il fango può ritrovare forma, riacquistare bellezza e definizione, luce e calore. Lui non scappa, non fugge dalle sue responsabilità, s’addentra nel grido di dolore per cercarne l’origine e il battito. E se Lui resta – mentre tutti fuggono – il lebbroso stavolta s’avvicina lui (Mc 1, 40-45), non l’accompagna nessuno.   L’unico caso nel vangelo di Marco in cui un ammalato s’avvicina da solo: con umiltà, con fiducia estrema, con cautela. Non c’è l’astuzia di chi vuol rubare a Gesù l’ennesimo miracolo, l’eloquenza ricca di lamenti del dolore. Allontanato dalla società e divelto nel fisico, gli rimangono due possibilità: il miracolo, il salto nella vita o restare così com’è, con tutto il male ficcato dentro di lui sino all’ultimo giorno della sua vita. “Se tu vuoi, puoi guarirmi”. Lui lo punta dritto negli occhi, sente il cuore che batte, la lebbra pronta a sgretolarsi, il cuore umile che riconosce in Lui l’autore della vita. Gesù lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”.

Tra queste due frasi non si muove foglia, bestie e uomini tacciono. Solo la mano di Cristo s’allunga, compie il breve viaggio entro quella spanna d’aria, scioglie in un abbraccio la paura e la pietà.

In ogni storia c’è il sintomo della lebbra: Satana è sempre al lavoro per degradare la bellezza della Creazione. E’ il macigno della solitudine, della miseria, del menefreghismo, dell’anonimato, della disperazione, del peccato, della mormorazione falsa, della malizia spaventosa.

Macigni enormi messi all’imboccatura dell’anima, che non lasciano filtrare l’ossigeno, che bloccano ogni lama di luce, che impediscono alle parole d’essere feconde. Adesso devono tacere tutti, uomini e bestie, pure il lebbroso deve rientrare in città muto nelle parole e nei gesti.

Cristo impone il silenzio: dalla mansueta tenerezza della guarigione passa con veemenza al fastidio, si scalda, ammonisce, intima di tacere perché la gente sta fraintendendo tutto, ieri come oggi.

L’uomo ai Suoi occhi è sempre un diamante da sgrezzare.E anche Dio ha il suo dilemma da sciogliere: come provare compassione e intervenire senz’apparire quel fantoccio assurdo che troppa gente porta oggi nel cuore?

Mica un problema da poco, sopratutto per uno che si chiama Dio.

The tenderness of Jesus – Mk 1: 40-45 Commentary by Don Marco Pozza

The Gospel is full of lepers, among the villages of Palestine, sometimes, could camp their cry: “Get away, we are          infected.” No one approached them, Christian piety dies within a few feet from their wounds. He alone remains, the Potter, in whose hands the mud can regain form, regain beauty and definition, light and heat.
He does not run away, He doesn’t flee away from His own responsibilities, He gets into the cry of pain to seek its origin and beat. And if He remains – while all theo others flee away- this time the leper approaches Him (Mk 1: 40-45), Nobody else accompanying him. The only case in the Gospel of Mark in which a seek one approaches Him alone: with humility, with extreme confidence, with caution. There is no cunning of those who want to steal Jesus yet another miracle, the eloquence full of moans of pain. He is either removed from society and ripped into the physical, so he still has two possibilities: the miracle, the jump into life, or to remain as he is, with all the evil stuck with him until the last day of his life. “If you want, you can heal.” He heads Him straight in His eye, hear the heart beating, leprosy ready to crumble down, the humble heart recognizing Him as the author of life. Jesus touched him and said, “I want it, heal;”.
Between these two sentences no leaf moves, beasts and men are silent. Only the hand of Christ lengthens, makes the short trip within the span of air, melts fear and pity into an embrace.

In every story there is the symptom of leprosy: Satan is always working to degrade the beauty of Creation. And ‘the boulder of solitude, of misery, of indifference, anonymity, of despair, of sin, of false murmuring, of the frightening malice.

Huge boulders placed at the entrance of the soul, which does not allow oxigen to get in, which block every blade of light, preventing words to be fruitful. Now everyone must be silent, men and beasts, as well the leper must return to the city in silent words and gestures.

Christ imposes silence: from the gentle tenderness of healing He passes vehemently to the annoyance, he admonishes, intimates to remain silent because people are misinterpreting everything, as nowadays.
Man in His sight is always a diamond to work.

1^ domenica di Quaresima Il Tentatore tentato – Mc 1, 12-15 (Commento di don Marco Pozza) Un Uomo arrivato a trent’anni, senza spendere parola alcuna, una sera consegnò l’ultimo lavoro di falegname (chissà se Giuseppe gli avrà dato una piccola provvigione a quel figlio laborioso e mansueto, ndr), posò il mantello da garzone nella bottega di papà e se ne andò. Trent’anni di silenzioso apprendistato: una vita da garzone. A Nazareth, dopo sei lustri d’attesa tutti s’aspettavano un miracolo, un fuorionda o magari l’inatteso di una parabola: invece, tutti delusi oggi, me compreso. Perché il primo passo dell’Uomo Ambizioso è di lasciarsi tentare da Satana (Mc 1,12-15) per essere uomo fino in fondo, per condividere con noi la prima legge di chi nasce uomo che si chiama tentazione. Tentato per smascherare la putrida meschinità del Demonio, dilettante di teologia, psicologo ridicolo, sprovveduto uomo di cavalleria. Forse può dire di conoscere le tecniche migliori per mettere in crisi me, strampalata creatura impastata di fango, ma di fronte a quell’Uomo/Dio impazzisce per lo smarrimento e la stanchezza di un lavoro che si è logorato nel corso dei secoli. Quaranta giorni di deserto, di tentativi falliti, di sconsiderati pensieri nel trarre in inganno la Verità. Poi la resa: completa, misera, tenebrosa. Satana si allontana tra le dune del deserto, gli angeli s’avvicinano a quest’Uomo dichiaratosi Figlio di Dio per servirlo e noi ci accorgiamo che il gioco era stato inventato al contrario.           Perché il Demonio deve essere preso in giro di fronte al palcoscenico della storia. E così a Vangelo chiuso scopriamo ch’è stato Gesù Cristo a tentare Satana: l’ha provocato per fargli capire chi fosse veramente Lui e, Satana – misero dilettante di furbizia – ci è caduto, non ha saputo reggere al gioco, s’è dimostrato perdente. Esce dalle bottega al tramonto del sole e all’aurora si lascia condurre nel deserto tra vocii di belve selvatiche e raucedine di una faccia d’angelo divenuta Lucifero. Altro che quella caricatura di Dio che Satana regala al povero Adamo. Invece c’è la piena tenerezza di Dio nel donare a Adamo tutto il creato mostrandogli anche il cammino da percorrere.

La strada della vita è sconnessa, pericolosa, difficile: Cristo ci mette dei guard rail, delle “barriere protettive”, degli indicatori stradali.

Vedi dove s’incunea quel maledetto avversario: ieri, oggi, domani. Fino all’ultimo istante! Ti fa credere che Dio sia perverso e cattivo, geloso e invidioso, maligno e tremendo. Consegnato l’ultimo lavoro di falegname, ha indossato il vestito dell’uomo ed ha accetto la sfida di battere la testa, nella più umile dimostrazione della “teoria del picchio” che regge le fondamenta del Vangelo e dell’Eternità: “Il picchio deve la sua salvezza al fatto di usare la testa”.

La sfida che è rimasta quella sin dai tempi di Noè, quella di farsi irridere/tentare dal mondo per raccontare la logica di Dio che è sempre un passo oltre, tanto da essere capita sempre un attimo dopo. Povero vecchio diavolo. O povero me.

The Tempter tried – Mk 1:12-15  A man arrived to his thirties, without spending any word,            one evening he gave the last work of the carpenter (who knows if Joseph has given a small commission to that laborious and meek, son), he put down his cloak apprentice in the dad’ workshop and went out. Thirty years of silent apprenticeship: a life as an apprentice. In Nazareth, after six decades of waiting all had expected a miracle, or maybe a Breaking News of an unexpected parable: instead, all disappointed today, including myself. Because the first step is to let the Man Ambitious groped by Satan (Mk 1,12-15) to be a man to the end, to share with us the first law of those born man – named temptation. Attempted to expose the rotten pettiness of the Demon, amateur theology, psychologist ridiculous, naive man cavalry. Perhaps it can be said to know the best techniques to undermine me, preposterous creature thick with mud, but in front of the Man / God goes crazy for loss and fatigue of a job that is worn over the centuries.

Forty days in the desert, of failed attempts, the reckless thoughts in trying to misleading the Truth. Then the yield: full, miserable, gloomy. Satan runs in the dunes of the desert, the angels come close to this man who declared the Son of God to serve him and us and we realize that the game was invented in reverse. Why the devil should be made fun of in front of the stage of history. And so we find out which He was Jesus Christ was to groped Satan caused it to let him know who he really was and he – Satan – poor cleverness amateur – he fell into that, he could not hold up to the game, has run proven loser.

He leaves the workshop at sunset and dawn is led into the desert between noises of wild beasts and hoarseness of an angel’s face then became Lucifer. Other than that caricature of God that Satan gives to the poor Adam. Instead there is the full tenderness of God in giving to Adam all creation also showing the way to go.
The road of life is bumpy, dangerous, difficult: Christ puts some guardrail, the “protective barriers”, some guideposts.
See where wedged that damn opponent: yesterday, today, tomorrow. Until the last moment! It makes you believe that God is perverse and evil, jealous and envious, malicious and terrible.
Delivered the final work as a carpenter, he wore the dress of man and has accepted the challenge of beating His head, in the most humble demonstration of the “theory of the woodpecker” holding the foundations of the Gospel and of Eternity: “The woodpecker gets his salvation to the fact to use your head. “The challenge has been the same since the days of Noah, that of getting mock / groped by the world to tell about the logic of God who is always one step further, so that it is always understood after a moment. Poor old devil. O poor me.

2^ domenica di Quaresima / b

Bello da impazzire: che pezzo d’uomo! – Mc 9, 2-10 (Commento di don Marco Pozza)

Di una bellezza inconsueta. C’è un’ora nel Vangelo in cui il nostro Amico ci fa il regalo più sorprendente: non è un oggetto, nemmeno un beneficio. Potremmo chiamarla confidenza, ma così totale e profonda che non è solo una parte intima di lui, ma è il suo tutto, l’essenza ultima e trasparente di Se stesso. In quell’ora, infatti, l’Amico si fa per noi di una bellezza insopportabile, si trasforma tutto in un’armonia, ci sorride come non era mai avvenuto e forse basta quel suo splendore, quel farsi trasparente rinunziando alle parole perché dentro il cuore dell’uomo nasca l’impulso di dirgli: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e un per Elia”. A proferire parola è la voce rauca di Pietro, il pescatore di Galilea: parla in nome di Giovanni e di Giacomo, i suoi compagni che hanno goduto quel privilegio. Il privilegio di mostrarsi in quel miracolo di bellezza Gesù di Nazareth lo riserva a quei tre: non li ha scelti in base alla dignità, ma senza calcoli del cuore. Non sono apostoli, sono amici.

Tre uomini, non dodici, devono ricevere quell’anticipazione del Regno, devono sapere come Lui è davvero. Di una bellezza inconsueta. C’è un’ora nel Vangelo in cui il nostro Amico ci fa il regalo più sorprendente: non è un oggetto, nemmeno un beneficio. Potremmo chiamarla confidenza, ma così totale e profonda che non è solo una parte intima di lui, ma è il suo tutto, l’essenza ultima e trasparente di Se stesso. In quell’ora, infatti, l’Amico si fa per noi di una bellezza insopportabile, si trasforma tutto in un’armonia, ci sorride come non era mai avvenuto e forse basta quel suo splendore, quel farsi trasparente rinunziando alle parole perché dentro il cuore dell’uomo nasca l’impulso di dirgli: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e un per Elia”. A proferire parola è la voce rauca di Pietro, il pescatore di Galilea: parla in nome di Giovanni e di Giacomo, i suoi compagni che hanno goduto quel privilegio. Il privilegio di mostrarsi in quel miracolo di bellezza Gesù di Nazareth lo riserva a quei tre: non li ha scelti in base alla dignità, ma senza calcoli del cuore. Non sono apostoli, sono amici.

Tre uomini, non dodici, devono ricevere quell’anticipazione del Regno, devono sapere come Lui è davvero. Di una bellezza inconsueta. C’è un’ora nel Vangelo in cui il nostro Amico ci fa il regalo più sorprendente: non è un oggetto, nemmeno un beneficio. Potremmo chiamarla confidenza, ma così totale e profonda che non è solo una parte intima di lui, ma è il suo tutto, l’essenza ultima e trasparente di Se stesso. In quell’ora, infatti, l’Amico si fa per noi di una bellezza insopportabile, si trasforma tutto in un’armonia, ci sorride come non era mai avvenuto e forse basta quel suo splendore, quel farsi trasparente rinunziando alle parole perché dentro il cuore dell’uomo nasca l’impulso di dirgli: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e un per Elia”. A proferire parola è la voce rauca di Pietro, il pescatore di Galilea: parla in nome di Giovanni e di Giacomo, i suoi compagni che hanno goduto quel privilegio. Il privilegio di mostrarsi in quel miracolo di bellezza Gesù di Nazareth lo riserva a quei tre: non li ha scelti in base alla dignità, ma senza calcoli del cuore. Non sono apostoli, sono amici.

Tre uomini, non dodici, devono ricevere quell’anticipazione del Regno, devono sapere come Lui è davvero. Perché non è uguale come tutti gli altri giorni. Per un istante vuole deporre la sua maschera d’uomo, fare le prove per vedere se la loro amicizia resiste o si traduce in paura. Agli occhi di quei tre beduini che si risvegliano dal sonno in cui la stanchezza della marcia li aveva gettati, quel Gesù smagliante come il principe di una favola non è uno straniero, neppure il personaggio di un sogno che continua.

È finalmente, in tutta la sua credibile naturalezza, il Signore. Quell’ebreo vestito di un povero mantello, stinto dal sole e dalla pioggia, con la faccia sbattuta dalla stanchezza e dai digiuni, ora cancella i dubbi sulla sua figliolanza divina. Nessuna paura, nessun ripudio, figurarsi, e l’anelito di fermarsi in compagnia di quei tre costringe Pietro all’ennesima sparata indisciplinata e fuori luogo: “Maestro, è bello per noi stare qui”. Davvero bello: ha ragione Pietro. “Non sapeva, infatti, che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento”. Una nube li ha avvolti e dentro il buio, una voce è risuonata: “Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo”. “Alzatevi, non temete”. 

   Sul Monte della Trasfigurazione ne fanno le spese Pietro, Giacomo e Giovanni (non gente qualunque ma avvezza all’imprevedibilità del Maestro). Gli manifestano la loro gioia, la bellezza d’essere lassù, la luce di quella presenza, e propongono tre tende da montare e, puntuale, la sferzata di Dio:”Scendete a valle, il vostro posto è là in mezzo a loro!”. In realtà Lui è sincero: promette di esserci. Ma la sua presenza l’avverti solo quando sei per strada. Un Uomo bello: bello da morire. In Croce, per amore dell’uomo.

Perfect shape: What a man! Of an unusual beauty. There is an hour in the Gospel in which our Friend makes us the most amazing gift: it is not either an object, nor a benefit. We could call it confidence, but so complete and deep that it is not only an intimate part of Him, but it is His all, the ultimate essence and transparent Himself. In that hour, in fact, the Friend shows up to us of an unbearable beauty, He turns everything into harmony, He smiles as had never happened and maybe just that its glory, that being transparent waiving words,  because inside the the heart of man would born the urge to tell Him: “Master, it is good that we are here; let us make three tents, one for you, one for Moses and one for Elijah.” Who speaks is the hoarse voice of Peter, the fisherman from Galilee, that speaks in the name of John and James, his comrades, who have enjoyed that privilege. The privilege to appear in that miracle of beauty that Jesus of Nazareth reserves to those three: He has not chosen them on the base of dignity, but without calculation of the heart. They are not apostles, they are friends. Three men, not twelve thay have to get that sort of anticipation of the Kingdom,  they must know how He really is. Because He is not the same as any other day. For a moment He want to lay down His mask of a man, He does tests to see if their friendship endures or translates into fear. In the eyes of those three Bedouins who awaken from the sleep in which the fatigue of the march had thrown them in, that Jesus dazzling as the prince of a fairy tale is not a foreigner, not even a character in a dream that continues.
He is, finally, in all His naturalness credible, the Lord. That Jew dressed in a poor coat, faded by sun and rain, with His face slammed by fatigue and fasts, now He clears the doubts about His divine sonship.
No fear, no repudiation and the desire to stay in the company of those three forces Peter to the “nth” undisciplined and out of place phrase: “Master, it is good that we are here.” Really nice: right Peter. “He did not know, in fact, what to say, because they were so frightened.”

A cloud enveloped them, and in the darkness, a voice rang out: “This is my beloved Son; listen to him”. “Stand up, be not afraid.” On the Mount of Transfiguration  Peter, James and John (but not ordinary people accustomed to the unpredictability of the Master) they are paying this. They show Him up their joy, the beauty of being up there, the light of that presence, and propose three tents to assemble and, punctual, the scourge of God: “Go down to the valley, your place is there in their midst!” .

In fact He is sincere He promises to be there. But you can feel His presence only when you’re on the street. A handsome man: handsome to die. In the Cross, for the love of humanity.

3^ domenica di Quaresima / b

Le delicatezze di Dio – Es 20, 1-17   (Commento di don Marco Pozza)

Sono gli albori della storia sacra e il piccolo popolo scelto da Dio sta movendo i primi passi: occorre, però, organizzargli la speranza. Il libro dell’Esodo pullula di miracoli più d’ogni altro libro in lingua sacra: le dieci catastrofi d’Egitto, il guado asciutto del Mar Rosso, la manna mattutina e altri fenomeni grandiosi sono appena il preludio alla quarantena del gran balbuziente Mosè tra le nuvole del Sinai. Sopra un’altura, il dito divino scalpella il codice. Usciranno scolpiti diciassette versetti noti anche a chi non ha mai tenuto in mano il Libro Sacro. Dieci delicatezze d’amore, forse troppo complicate da ricordare tutte. Gesù Cristo le ha sintetizzate in un’appassionante sintesi: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze. Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37). Ti sei mai cotto di una ragazza o di un ragazzo? Di’ la verità: non gli avresti tolto neppure un capello se era amore schietto, pulito! Se invece era finto amore, te la mangiavi con gli occhi. Non vedevi l’ora di possederla. Ma quello era amore-bugia. Ti è mai capitato d’incontrarti con una persona bella, schietta, in gamba, tanto da dire: “Ma che forte è quello!”. Ti ha rapito il cuore perché i suoi occhi ti guardano ma ti lasciano libero. La sua mano stringe la tua ma non la trattiene.   Il suo amore ti avvolge, ma non si chiude. Io vedo nella mia vita, pur nella povertà della mia testa, un numero grande di delicatezze di Dio, vedo delle cose troppo belle, per questo faccio degli applausi al Signore che se uno mi vede dice che sono matto. Quando ho scoperto che Cristo è vivo, che io gli sto a cuore e che mi vuol bene fino a maciullarsi su una croce, ho detto: “Questo o è pazzo o non si può buttare via senza prima avergli dato un’occhiata!”. Quando ho visto che non te le manda a dire le cose, ma che è libero, che dice pane al pane e vino al vino, che dice: “Vieni dietro a me, tu starai bene”, ho detto: “Basta, me ne frego di tutto e sto solo con Lui”. Bestemmiarlo? Cancellato. Anzi: mi viene voglia di stare nel difficile, nell’impossibile. Quando vedi che quelli, pur di apparire, vendono tutto, che per far carriera vanno a letto con il primo che passa, ti prende una pena che vorresti gridare: “Stai con Cristo! Metti Cristo nel cuore! E ti scrollerai di dosso tutte queste porcherie”. Ricordati: non esistono lupi cattivi, ma solo lupi infelici. Ecco Cristo che cos’è capace di fare.

Era capitata la stessa cosa ad un gruppo di persone, passa Gesù li guarda e li chiama. Li toglie dal torpore, li lancia su un futuro diverso. Guarda che non sarà una vita facile, ma io ti sosterrò. Ti interessa? Andarono e videro dove abitava…

La gioia dell’intimità con Gesù scatena un tam tam che non si ferma più. Andrea lo dice a Pietro, lo viene a sapere Natanaele, la voce corre per tutta la Palestina e correrà per tutto il mondo senza mai fermarsi. Da allora molti uomini e donne hanno sentito questo invito testimoniato e lo hanno seguito.

The delicacies of God  It’s the beginnings of sacred history and the little people, chosen by God, is moving the first steps forward: we must, however, arrange them the hope. The book of Exodus is full of miracles, more than any other book in the sacred language: ten disasters of Egypt, the dry ford on the Red Sea, the morning bred and other huge phenomena are just the prelude to the quarantine of the great stuttered Moses between the clouds of Sinai. Over a hill, the divine finger sculpts the code. They will come carved seventeen verses known also by those who have never held the Holy Book.
Ten delicacies of love, perhaps too complicated to remember them all. Jesus Christ has summarized all in one exciting synthesis: “You shall love the Lord your God with all your heart, with all your soul and with all your strength. You shall love your neighbor as yourself” (Mt 22,37). Have you ever fall in love with a girl or a boy? To say the truth: You wouldn’t take even a hair out of he/she if it was sincere love! If it was fake love, you were eating him/her with your eyes. You could wait to take her/him. But that was love-lie. Have you ever met a beautiful person, sincere, smart, so much to say, “what a strong one.” He ravished your heart because his eyes are watching you but leave you free. His hand it shakes yours but it doesn’t holds it. His love envelops you, but does not close on you. I see it in my life, despite the poverty of my head, a large number of delicacies of God, I see things too good, that’s why I do applause to the Lord that if anyone see me they say I’m crazy. When I discovered that Christ is alive, that He cares about me and He loves me until get over a cross, I said: “This is either mad or We cannot   throw Him away without first giving him a look.When I saw that He doesn’t hide anything , but He is free, that He says the truth clearly, That says: “Come after me, you’ll be fine,” I said, “Enough, I do not care of anything and I’m going to stay just with him. “ Blaspheme Him? Deleted. Or rather, I want to stay in the difficulties, in the impossible things. When you see that some people , just to appear, they sell everything just to do it, that some people to make a career then they go to bed with the first passing one, a big pain get on into your heart just to shout: “Stay with Christ! Put Christ in your heart! And you will make these crap off of you “. Remember: there are no bad wolves, but unhappy wolves. That’s what Christ can do.
The same thing happened to a group of people;   Jesus passes, He looks at them and call them up. He removes them from slumber, throws them on a different future. Look, it will not be an easy life, but I’ll support you. Are you Interested? They went and saw where he lived …                                       The joy of intimacy with Jesus unleashes a “drum beating” that does not stop anymore. Andrea says it to Peter, also Nathanael finds that out, the voice runs throughout Palestine and will run throughout the world without stopping. Since then, many men and women have heard this invitation, they have   testified and followed Him.

4^ domenica di Quaresima / b Il cristianesimo è la più grande “perdita” di tempo Gv 3, 14-21 Commento di don Marco Pozza – “La luce è venuta nel mondo”, – dice Giovanni – ma gli                    uomini hanno preferito le tenebre alla luce”, eppure – ci assicura l’evangelista Giovanni – “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (cfr Gv 3,14-21).

“Tanto”: senti che pesantezza, che nostalgia, che spessore dietro quest’aggettivo. Quasi a dire: ha amato il mondo in maniera esagerata, folle, pazza; ha perso tanto tempo per l’uomo. Un aggettivo che ti rimetta nel cuore voglia di novità. A me sembra un bellissimo complimento: l’augurio di un cuore nuovo. Un cuore come quello di Cristo, che non invecchia mai, che ha sempre il miracolo di un’ultima parola da dirti, fresca come acqua di torrente. Che ti colma la vita senza intasare l’esistenza. “Chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere”  (Gv 3,20): “Basta un po’ di pentimento e Dio è sempre pronto a perdonare” ma, attenzione, questo non è il peccato dei deboli (che merita sempre il perdono), ma è il peccato dei furbi, che non merita il perdono. Anziché uno stimolo al bene, la fiducia nella fedeltà di Dio si è tramutata in una falsa sicurezza che spinge al male.   E’ una cosa che Dio non può sopportare.

Dio è così costretto a dimostrare che la sua pazienza ha un limite, che il suo perdono non passa sopra alla giustizia. “Chi opera la Verità viene alla luce”: augurio splendido e scomodo per la nostra generazione giovane. Non abbiate paura, non preoccupatevi: con un briciolo di speranza e tanta passione nel cuore rovescerete il mondo degli adulti.

Appassionatevi alla vita. Mordete la vita. Non accantonate i vostri giorni, le vostre ore, i vostri sogni, le vostre tristezze con quegli affidi malinconici ai diari. Amate la bellezza! Coltivate la vostra! Curate la vostra persona, curate la dolcezza del vostro sguardo. Scegliete per la vita! Amate le cose pulite, belle: la poesia, il sogno, la fantasia. Coltivate le amicizie, incontrate la gente.

Il mondo ha bisogno di voi per ribaltare il suo corso. Ha bisogno di giovani critici. Diventate “sovversivi”. Non fidatevi dei cristiani “autentici” che “non” incidono la crosta della civiltà.

Il cristiano autentico è sempre un sovversivo, uno che va contro corrente non per posa ma per convinzione. “Rompete le scatole” – raccomandava don Pino Puglisi ai bambini di Brancaccio-. E lo farai a testa alta se sarai nella Verità.”E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante” – ricorda la volpe al Piccolo Principe -. Dio ha perso tanto tempo per il mondo fino a farlo diventare unico per Lui.
Ma tu,  perdi tempo per Dio?

Christianity is the greatest “waste” of time –  “The light has come into the world,” – says John – but men                loved darkness rather than light, “yet – assures us John the Evangelist -“ God loved the world so much to give his only Son “(Jn 3,14-21). “So much” Can you feel that heaviness, the “nostalgia”, the thickness behind this adjective. As if to say He loved the world in an exaggerated, crazy way; He has wasted so much time for the man. An adjective that put back the  desire for novelty our hearts. It seems to me a wonderful compliment: the hope of a new heart.

A heart like the Christ’s one, that never gets old, who always has the  miracle of a last word to tell you, as a fresh spring of water that fullfill your life without clogging your existence.
“Everyone who does evil hates the light, neither come to the light, lest his deeds should be exposed” (Jn 3:20): “Just a little ‘of repentance and God is always ready to forgive,” but beware, this is not  the sin of the weak ones(which always deserves forgiveness), but it is the sin of the crafty, that does not deserve forgiveness. Instead of a stimulus to the good, the trust in God’s faithfulness has morphed into a false security that pushes to evil.   It ‘something that God can not bear. God is so forced to prove that His patience has a limit, that His forgiveness does not pass over to justice.
“Who does by the truth comes to light”: beautiful and uncomfortable wishes  for our young generation. Do not be afraid, do not worry: with a glimmer of hope and passion in your hearts you will turn the adult world upside down. Vulture to life. Bite life. Do not set your days aside, your hours, your dreams, your sorrows with those melancholy entrusting  to diaries. Love the beauty! Cultivate your own! Cure your person, cure the sweetness of your gaze. Choose life! Love clean and beautiful things: poetry, dream, fantasy. Cultivated friendships, meet people.

The world needs you to reverse its own course. Needs of young critics. Become a “subversive”. Do not trust the  “authentic” christians that “do not “ affect the crust of civilization. The true Christian is always a subversive guy , one that goes against the tide not to pose but by conviction. “Break the boxes” – was used to recommend Don Pino Puglisi to the children of Brancaccio-. And you’ll do it head-on if you’re in the Truth.
“It ‘s the time you have wasted for your rose that makes your rose so important” – recalls the fox to the Little Prince -.   God has lost so much time for the world to make it unique to him.

But you, do you waste time for God?

5^ domenica di Quaresima / b Se il chicco di grano non muore – Gv 12, 20-33 (Commento di don Marco Pozza) Forse è successo anche a te di conoscere una persona,            ancora prima di vedere il suo volto, solo perché qualcuno te ne ha parlato in maniera straordinaria.”Vogliamo vedere Gesù” – gridano alcuni greci a Filippo. Immagino con quanta passione, entusiasmo e convinzione quei discepoli abbiano raccontato al mondo l’incredibile incontro con Gesù di Nazareth. Andrea e Filippo, aggrappati alla Speranza sono stati capaci di dimostrare al mondo che è possibile andare avanti e camminare verso il Signore della storia.Bellezza a caro prezzo: “se uno mi vuol servire mi segua”. Innamorarsi di Gesù Cristo come fa’ chi ama perdutamente una persona e attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il carattere, trascina nel suo vortice i giorni, le notti, il riposo, il lavoro, la festa, la ferialità, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze. Si: un investimento totale. L’amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, è ambiguo. Il part-time, il servizio ad ore, magari con il compenso per le straordinarie, con Cristo non è ammissibile:  “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”. “ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora”  (Gv 12,27). Ha paura Gesù, non vuole morire, ecco perché è un poema d’amore la sua accettazione. Forse anche Lui si sarà ricordato che “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”. E’ l’assurda proposta d’amore di Gesù Cristo agli uomini del terzo millennio, per vivere sani in un pianeta di matti. Il nostro è un Dio che sconcerta, che fa marcire i sogni e gli ideali, non allineato con nessuna logica umana. Imprevedibile. Giunta la sua ora, a Pietro, Giacomo e Giovanni rivolge un invito: “Alzatevi, andiamo!”. E noi quest’invito lo avvertiamo soprattutto quando la vita, alla fine, ci conduce a dover intrecciare rapporti con il dolore. Ma perché mai il Signore ti da una croce, poi te la toglie o te l’alleggerisce? “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo”. Alzarsi significa credere che il Signore è venuto sulla terra per aiutarci a vincere la rassegnazione. Ho stampata negli occhi la carezza di una sposa sul volto di suo marito: un amore messo a dura prova negli anni, un male terribile superato, un amore che è dovuto morire per non rimanere solo. Mi è risuonata la splendida promessa del sacramento del matrimonio: “prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Coraggio, donna, profetessa di primavera! Perché se demordi da questo compito primordiale, di annunciare la gioia e la speranza alla gente, al mondo non resterà altro che battere i denti. Lassù sulla Croce, tra il diluvio e l’arcobaleno, è piantata la tenda del cristiano, l’unico spazio in cui il Vangelo e i drammi dell’uomo si danno appuntamento per abbracciarsi.                                                                                             Credere è vedere una spiga di grano laddove tutti, vedono un seme marcire.

If the grain of wheat does not die – Jn 12: 20-33   Has it ever happened to you to know a person, even before you see his face, just because someone told you about in an extraordinary

way ?
“We want to see Jesus” – Some Greeks shout to Philip. I guess with how much passion, enthusiasm and conviction of those disciples have told the world the incredible encounter with Jesus of Nazareth. Andrew and Philip, clinging to hope, they were able to show the world that you can go ahead and walk towards the Lord of history.
Beauty dearly: “If anyone wants to serve me then follow me.” Fall in love with Jesus Christ like who madly love a person and around that person he/she connects the choices of life, cultivating interests, suits the tastes, correcting defects, change the font, drags into its vortex the days, the nights, rest, work, party, the ordinariness, the joy, the pain, the disappointments, hopes. Yes: a total investment.
The love for Christ, unless he has the mark of the totality, is ambiguous. The part-time, the service for hours, perhaps with the compensation for the extraordinary, with Christ is not admissible “unless a grain of wheat falls into the earth and dies, it remains alone; but if it dies it bears much fruit.” “Now is my soul troubled, and what shall I say? Father, save me from this hour? But for this purpose I have come to this hour” (Jn 12:27). Jesus is afraid, He does not want to die, that’s why His acceptance of Father’s will it is a love poem. Perhaps He will be remembered that “unless a grain of wheat falls into the earth and dies, it remains alone; but if it dies it bears much fruit.” It’s the absurd proposal of love of Jesus Christ to the people of the third millennium, to live healthy in a  planet of crazy-mad people.
Ours is a God that baffles, which rots the dreams and ideals, that he is not aligned with any human logic. Unpredictable. It came His hour, He adresses an invitation to Peter, James and John: “Rise up, Let Us go”. And we feel this invitation from Him especially when our life, at the end, leads us to have to engage in relationships with pain. But why the Lord gives you a cross, then He takes it away, or you He sets it lighter? “Unless a grain of wheat falls into the earth and dies, it remains alone.” Getting up is to believe that the Lord came to earth to help us to win the resignation. I printed in my eyes the caress of a bride on her husband’s face: a love put to the test over the years, a terrible evil exceeded, a love that had to die for not being alone. I echoed the wonderful promise of the sacrament of marriage: “I promise to be faithful to you always, in joy and in sorrow, in sickness and in health.”
Courage woman, prophetess of spring! Because if you deny from this primordial task, to announce the joy and hope to the people, the world will not remain nothing but a teeth chatter. Up there on the cross, between the flood and the rainbow, is planted the tent of the Christian, the only space where the Gospel and the dramas of man come together to embrace.
Believing is seeing an ear of corn where all they see a rot seed.

Domenica delle Palme – Don Marco Pozza   Disgraziato e graziato! – Mc 15, 1-39              

Il “Buon Ladrone” è l’unico santo canonizzato direttamente da Cristo: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso” (cfr Lc 23). I suoi brigantaggi lo avevano portarlo ad essere il compagno di Cristo nel momento finale. A fianco a fianco con Cristo perché è l’unico convinto di morire vicino ad un re. L’altro ladrone bestemmia come quelli sotto. E’ una bestemmia furibonda (“Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi”).Una bestemmia che risveglia la violenza del “buon” ladrone che, in croce, dedica al vecchio complice la sua ultima aggressione: “Neppure tu temi Dio, tu che ti trovi a subire lo stesso supplizio?”. Riconosce che quel crocifisso in mezzo a loro è Cristo. Ma non chiede il miracolo, lui vuole solo fare breccia nella memoria di Cristo: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.     Un gesto incredibile: in un attimo Gesù trasforma la sciagura di un’esistenza, una vita intera giocata in pochi secondi. Troppo comodo? Eppure il Buon Ladrone ha riempito quel pochissimo tempo di cose grandissime. Probabilmente Cristo s’è commosso: perché sulla croce ha ricevuto una splendida adorazione da un brigante incallito. Questo ladrone è un profeta: afferma la regalità di Cristo nel momento dell’abominio, della sconfitta, della derisione dei notabili che stanno sotto la croce. Prima di giudicarlo indegno, dovremmo conoscerlo! Ha confessato le proprie colpe. Ha proclamato innocente Gesù. Ha zittito il compagno burbanzoso. Riconosce Gesù come un re, non durante un miracolo, ma nell’umiliazione e nell’abbandono. Riconosce nella morte l’ingresso nell’Eterno. Merita di accompagnare Cristo nel suo ingresso in Paradiso. Proprio lui. Il fuorilegge, l’escluso. “Signore, ricordati di me, quando sarai entrato nel tuo regno”. Un solo moto di puro amore, e un’intera vita criminale è cancellata. Miseria! Di un sol colpo non solo è assolto, ma innalzato alla gloria dell’altare! Questo primo santo del cristianesimo ha commesso una colpa grave, è condannato e subisce la pena riservata ai briganti: in questo senso il nome di malfattore gli s’addice. Ma al tramonto della sua vita, quest’uomo incontra il sole, la luce che è Cristo: “Oggi sarai con me nel Paradiso”, “prima del tramonto del sole, tu sarai con me nel mio regno”. Questa è la vera Pasqua: passare sotto le macerie del Venerdì Santo, attendere silenziosi tutto il Sabato Santo e uscire dal sepolcro, vestiti di quella bellezza che tanto invade l’animo di tutti i personaggi che oggi nel Vangelo corrono commossi, stupiti, entusiasti. E’ una corsa contro il tempo: occorre annunciare a tutti che la Morte è stata vinta per sempre. Che l’Uomo appeso alla Croce ha vinto la partita della storia.E dopo aver vinto ha festeggiato nel modo più inaspettato: varcando il Cielo a braccetto con un ladrone. Oh, scusate: col primo santo della storia cristiana. Quella che ancor oggi è tacciata d’essere la storia più ambiziosa di tutta la terra.

Unfortunate and pardoned! The “Good Thief” is the only canonized saint directly from               Christ: “Truly I tell you, today you will be with me in Paradise” (cf. Lk 23). His brigandage took him to be the companion of Christ in the final moment.

A side by side with Christ because he is the only one convinced to die close by a king. The other thief gets on blasphemy as those ones below. It ‘s a furious blasphemy (“If you are the Christ, save thyself and us”).
A blasphemy that awakens the violence of the “good thief “who, on the cross, dedicated to old accomplice his latest aggression: “Not even you fear God, seeing thou art to suffer the same punishment?”. He recognizes that the crucified Christ is in their midst. But he does not  ask for the miracle, he just wants to make inroads in the memory of Christ: “Remember me when you come into your kingdom.”
An incredible gesture: in a moment Jesus transforms the calamity into a life, an entire life played in seconds. Too easy? Yet the Good Thief has filled that no time of great things. Probably Christ hath been moved because the cross has received a wonderful worship by a robber hardened.

This thief is a prophet: He affirms the kingship of Christ in the moment of rejection, of defeat, of the mockery from the notables who are under the cross. Before judging him as  unworthy, we should know him! He confessed his sins. He  proclaimed Jesus as innocent. He silenced the arrogant companion . He Recognizes Jesus as a king, not during a miracle, but by the humiliation and abandonment. He Recognizes in the death the main entry to the Eternal. He Deserves to accompany Christ in His entrance into Paradise. That’s him. The outlaw, the excluded one.
“Lord, remember me when you come into your kingdom.” A single motion of pure love, and an entire criminal  lifetime got  canceled. Misery! In a  blow he is not only acquitted, but raised to the glory of the altar!
This first saint of Christianity has committed a grave offense, is convicted and he suffers the punishment reserved for robbers: in this way the name of the evildoer is fitting on him. But in the twilight of his life, this man meets the sun, the light that is Christ: “Today you will be with me in Paradise”, “before sunset, you will be with me in my kingdom.”This is the true Easter: pass under the rubble Friday, wait silent throughout Holy Saturday and leave the tomb, dressed in that beauty that so invades the soul of all the characters that run today in the Gospel they moved, amazed, excited. It ‘a race against time: we must announce to all that Death was won forever. That Man hanging on the Cross won the game’s history.
And after winning He celebrated in the most unexpected: crossing the sky in hand with a robber. Oh, excuse me: with the first saint of Christian history.     One that even today is accused of being the most ambitious history of the whole earth.

Domenica di Pasqua b– Grazie, Maria, per averci creduto davvero – Gv 20, 1-9   (Commento di don Marco Pozza) Una notte di luna piena, con la corda di Giuda ancora penzoloni su quel ramo d’albero scelto come porto verso il nulla. Maria, tutti la immaginavano sofferente e rassegnata                 sotto la Croce; pochi avrebbero scommesso che le esili spalle di quell’insopportabile Bellezza di Nazareth avrebbero retto la luce della storia. Era lì sul crepuscolo del giorno, laddove la notte cede il passo all’aurora, a scegliersi la tunica da indossare sulle spalle, i sandali da mettere ai piedi per correre più veloce sull’erba, il filo con cui annodare i lunghi capelli di Nazarena. E contemporaneamente, ripassava in segreto le parole per potergliele dire tutte di un fiato non appena L’avrebbe incrociato il Figlio suo Risorto. Da quella notte le madri, nel mezzo dell’angoscia generale, allenano la voce per intonare i canti e fare le prove generali per la Risurrezione. Di mille accoglienze fu protagonista questa Donna alla quale stamani tutto il mondo le deve il “grazie” più commosso: per averci creduto fino alla fine. I Vangeli – le cui parole vacillano quando il soggetto è Lei – raccontano che a casa di Maria o tra le sue braccia di donna tutti erano a loro agio: dalle vicine di casa alle vecchie compagne di Nazareth. Dai parenti di Giuseppe, agli amici di gioventù di suo figlio. Dai poveri della contrada, ai pellegrini di passaggio. Protagonista di mille accoglienze e di un ritorno che è valso la speranza per tutti, perché le donne custodiscono le porte della natura che fabbrica vita e reclama amore: “Mamma, perché cerchi tra i morti Colui che è vivo?” (Lc 24,5).

Eppure di Lei nessun evangelista aveva osato tratteggiare accenno alcuno: l’avevamo lasciata lassù qualche ora fa’, sotto il peso di quella Croce infame e infamante. Quando compiono gli anni i bambini si augura loro buon compleanno; ma c’è anche chi quel giorno fa gli auguri alla mamma, l’arnese di Dio senza il quale la vita sarebbe rimasta lo scarabocchio ideato in una notte di luna piena. Lui e Lei, la Mamma e il suo Bambino, la Croce e la Gloria.

La loro storia è così semplice da essere diventata così ostica all’intelligenza. Di Lui è rimasta traccia nei Vangeli.  Lui e Lei camminano senza sosta, con cuore di bambino che odora di vento. Il cuore che non fa distinzioni tra il virtuoso e la canaglia, il mendicante e il principe: si rivolgono a tutti con la stessa voce solare, come se non ci fosse né virtuoso, né canaglia, né mendicante, né principe. Ma solo la nostalgia della Vita che risorge. Michelangelo ne tentò l’ardita sfida di scolpirla nel marmo quella storia d’amore. Ciò che gli riuscì fu un capolavoro; ancor poco, però, al cospetto della realtà. “Raccontaci, Maria – s’incuriosisce la liturgia in un’antica sequenza – che hai visto sulla via?” E lei, donna del venerdì santo, dà voce a giorni di partoriente attesa: “La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto. Cristo mia speranza è risorto; e vi precede in Galilea”. La strada è lunga solo per chi non va in fondo ai propri sogni. Buona Pasqua: Cristo è davvero risorto!

Thank you, Mary, for your true believing A full moon night, with the rope of Judah still dangling on that tree branch chosen as the port to nowhere. Mary, that          everybody imagined as suffering and resigned under the Cross; just a few would have bet that the slender shoulders of the unbearable beauty of Nazareth would hold the light of history. It was there on the twilight of the day, when the night gives way to dawn, to choose his tunic to wear on the shoulders, sandals to put the foot to run faster on the grass, the thread with which tie her long hair of young Nazareth woman. And simultaneously, she repassed in secret words to say all in one breath as soon as she would cross her Risen Son. Since that night, the mothers, in the midst of anguish general, train their voice to sing the songs and do the dress rehearsal for the Resurrection. She was the star of a thousand welcome to whom this morning around the world must say its most moved “thank you”: for he rbelieving until the end. The Gospels – whose words falter when the subject is Her – tell that to Mary’s house or in her arms of woman everyone was at ease: from neighbors to old companions of Nazareth. Relatives of Joseph, to the friends of youth of his son. From the poor of the district, at the pilgrims. Protagonist of a thousand welcomes and of a return which earned the hope for all, because women guard the gates of the factory life and nature that demands love, “Mom, why do you seek among the dead for one who is alive?” (Lk 24,5). Yet none of you evangelist had dared to outline any hint: they left her up there a few hours ago ‘, under the weight of that infamous and shameful Cross.
When children have birthdays everybody wish them a happy birthday; but there are also those who in that day sends their greetings to the mother, the tool of God without which the life would remain the scribble conceived in a full moon night. He and She, the mother and her child, the Cross and the Glory. Their story is so simple that it has become so tricky to intelligence. He’s still a trace of the Gospels. His and Her walk without stopping, with the heart of a child who smells of wind. The heart that does not distinguish between the virtuous and the rogue, the beggar and the prince: they turn to all with the same voice solar, as if there were neither virtuous nor rogue nor beggar, nor prince. But only the nostalgia of Life who rises.
Michelangelo attempted the daring challenge to sculpt in marble that love story. What he managed was a masterpiece; even little, however, in the face of reality. “Tell us, Mary – says the liturgy in an old sequence – that you saw on the way?” And she, the woman Friday, gives voice to the days of waiting in labor: “The tomb of the living Christ, the glory of the risen Christ. Christ my hope is risen; and He is before you into Galilee.”
The road is long only for those who do not go to the bottom of their dreams. Happy Easter: Christ is truly risen!

2^ Domenica di Pasqua b – Mio Signore e mio Dio! – Gv 20, 19-31
(padre Feranndo Armellini)     “Sei incredulo come Tommaso!” si è soliti dire a chi manifesta qualche diffidenza. Il dubbio di questo apostolo è diventato proverbiale.

Giovanni prende Tommaso come simbolo della difficoltà che ogni discepolo incontra per arrivare a credere.

Ciò che Giovanni vuole insegnare ai cristiani delle sue comunità (e a noi) è che il Risorto possiede una vita che sfugge ai nostri sensi, una vita che non può essere toccata con le mani né vista con gli occhi, può solo essere raggiunta mediante la fede.

Questo vale anche per gli apostoli che pure hanno fatto un’esperienza unica del Risorto. Non si può aver fede in ciò che si è visto. Non si possono avere dimostrazioni, prove scientifiche della risurrezione.

Se qualcuno pretende di vedere, constatare, toccare, deve rinunciare alla fede. Noi diciamo: “Beati coloro che hanno visto”. Per Gesù, invece, beati sono coloro che non hanno visto, non perché a loro costa di più credere e quindi hanno maggiori meriti, sono beati perché la loro fede è più genuina, più pura, anzi, è l’unica fede pura.

Chi vede ha la certezza dell’evidenza, possiede la prova inconfutabile di un fatto.     Tommaso compare altre due volte nel vangelo di Giovanni e non fa mai – diremmo noi – una bella figura. Una prima volta alla morte di Lazzaro quando Gesù decide di andare a Betania, Tommaso pensa che seguire il Maestro significhi perdere la vita.

Non comprende che Gesù è il Signore della vita e, sconsolato e deluso, esclama: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16).

Durante l’ultima cena Gesù parla della via che egli sta percorrendo, una via che passa attraverso la morte per introdurre nella vita. Tommaso interviene di nuovo: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5). È pieno di perplessità, di esitazioni e di dubbi, non riesce ad accettare ciò che non capisce. Sembra quasi che Giovanni si diverta a tratteggiare in questo modo la figura di Tommaso; ma alla fine gli rende giustizia: mette sulla sua bocca la più alta, la più sublime delle professioni di fede. Nelle sue parole è riflessa la conclusione dell’itinerario di fede dei discepoli. E’ Tommaso a dire l’ultima parola sull’identità di Gesù, lo chiama: mio Signore e mio Dio. Un’espressione che la Bibbia riferisce a JHWH (Sal 35,23). Tommaso è dunque il primo a riconoscere la divinità di Cristo, il primo che arriva a capire cosa intendeva dire Gesù quando affermava: “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10,30).                                       La conclusione del brano (vv. 30-31) presenta la ragione per cui Giovanni ha scritto il suo libro: ha raccontato dei “segni” – non tutti, ma quelli sufficienti – per due ragioni: per suscitare o confermare la fede in Cristo e perché, attraverso questa fede, si giunga alla vita.

My Lord and my God!   “You’re in disbelief as Thomas!” We used to say to those who manifest some suspicions. The doubt of this apostle has become proverbial.
John gets Thomas as a symbol of the difficulties that meets every disciple to come to believe. What John wants to teach to the Christians of his community (and to us) is that the Risen has a life that escapes to our senses, a life that can not be touched with the hands or watched by eyes, it can only be achieved through faith . This also applies to the apostles who also have a unique experience of the Risen.
We can not have faith in what we have  seen. We can not have demonstrations, scientific evidence of the resurrection. If someone claims to see, see, touch, he must renounce the faith.

We say, “Blessed are those who have seen”. For Jesus, however, blessed are those who have not seen, not because they believe it at higher costs more and therefore have more merits, they are blessed because their faith is more genuine, more pure, indeed, is the only pure faith.

Who sees has the certainty of the evidence, he has irrefutable proof of a fact. Thomas appears twice in John’s Gospel and he doesn’t appear  – we would say – in a good light. A first time during the death of Lazarus when Jesus decided to go to Bethany, Thomas thinks that follow the Master means to lose the proper life. Does not understand that Jesus is the Lord of life and, dejected and disappointed, he exclaims: “Let us also go to die with him” (Jn 11:16).
At the Last Supper, Jesus speaks of the way that he is treading;  a path that passes through death to introduce into the  life. Thomas intervenes again: “Lord we do not know where you are going and how can we know the way?” (Jn 14,5). It is full of doubts, hesitations and doubts, unable to accept what we do not understand. It almost seems that John has fun to outline in this way the figure of Thomas; but in the end he reward him: it puts in his mouth the highest, the most sublime professions of faith. In his words he reflected the conclusion of the itinerary of faith of the disciples. Is it  Thomas to have the last word on the identity of Jesus, he calls Him: “My Lord and my God”. An expression that the Bible refers to YHWH (Ps 35,23). Thomas then, is the first to recognize the divinity of Christ, the first that comes to understand what Jesus meant when he said: “I and the Father are one” (Jn 10:30).
The conclusion of the song (vv. 30-31) presents the reason why John wrote on his book : “ He told of the “signs” – not all, but those sufficient – for two reasons: to arouse or confirm the faith in Christ and because, through this faith, anyone come to life.

3^ Domenica di Pasqua b

Il prete e il Pane fragrante – Lc 24, 35-48 (Commento di don Marco Pozza)

C’è un albergo lungo la statale che da Gerusalemme s’addentra verso Emmaus: a chi di noi non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto era perduto? Il Cristo era morto in noi. L’avevano preso: il mondo, i filosofi, gli scienziati. Non esisteva più nessun Gesù, per noi, sulla terra. Noi seguivamo una strada e Lui ci veniva a lato. Credevamo d’essere soli, ma non lo eravamo. Era sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità di una sala dove la fiamma di un caminetto fa tremolare le ombre. Quando furono presso il villaggio dov’erano indirizzati, egli fece finta di voler andare più lontano. Ma essi gli fecero forza dicendo: “Rimani con noi, perché si fa tardi e il giorno declina”. Seduto a tavola, spezzò il pane e lo consegnò loro. Allora i loro occhi si aprirono e lo riconobbero. Ma egli sparì da loro e li lasciò avvolti in una profonda nostalgia: “Non bruciava il nostro cuore mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?” (cfr Lc 24,32) Pensa che capolavoro di bellezza, di nostalgia, d’eternità: l’hanno riconosciuto nello spezzare il pane. Solo in quel gesto hanno visto riflessi i lineamenti del loro Gesù. Nemmeno Maria Maddalena, la donna che più di tutte ha inseguito quei passi zingari, l’aveva riconosciuto. Fuori del sepolcro piange e lo confonde con il custode del giardino. Solo quando Gesù le dice: “Maria” si aprono gli occhi e riconosce il suo Messia. E noi pure, qualche volta, l’abbiamo riconosciuto? Perché non vogliamo confessarlo? Ebbene, l’abbiamo riconosciuto nei suoi sacerdoti, assai spesso nei confessionali, è accaduto più di una volta di udire la parola inaspettata, folgorante, di ricevere all’improvviso da uno sconosciuto dolce e umile di cuore, il dono di una carezza profumata di cielo, di una consolazione che non recava firma d’uomo.

Tutto ciò sino a quando le mani d’alcuni uomini eletti innalzeranno l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Questi sono gli uomini che ha creato il Giovedì Santo. Operai di Dio che tra le mani hanno la Scrittura: oceano di poesia e d’eternità che l’uomo è disposto a perdere pur di continuare a dormire.

Ma il cristiano che ignora le Scritture resta privo di un alimento necessario e stupendo “più dolce del miele e di un favo stillante” (Sal 19,11). Oggi c’è crisi d’estasi spirituale, è in calo il fattore sorpresa, non ci sorprendiamo più di nulla. Dovremmo essere meravigliati da Dio. Cristo rivolge anche a noi oggi lo stesso rimprovero indirizzato un giorno ai sadducei: “Voi vi ingannate non conoscendo le Scritture” (Mt 22,29).

E’ necessario ritrovare la forza provocatrice del Vangelo. Se noi credenti non teniamo alte queste attese, le follie e le utopie della Scrittura, la nostra presenza nella Storia è davvero vana. Nemmeno i discepoli d’Emmaus erano riusciti a riconoscere che quel forestiero nascondeva le sembianze di Gesù di Nazareth perché non avevano capito ciò che stava scritto nelle Scritture:

“Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45).

The priest and the fragrant bread – Luke 24: 35-48 There is a hotel along the main road from Jerusalem to Emmaus: Who ou us don’t know it? Who of us has not walked along that road, one evening when all was lost? Christ was died  into us. They had taken Him: the world, philosophers, scientists. Jesus did not exist any more for us on earth. We were walking along  a road and He was there at the side. We thought of being alone, but we were not. It was evening. That’s an open door, the darkness of a room where the flame of a fireplace is flickering shadows in. When they were at the village where they were headed to, he pretended to proceed further. But they constrained him, saying, “Stay with us, because it is getting late and the day declines.” Sitting at the table, He broke the bread and gave it to them. Then their eyes were opened and they recognized Him. But he disappeared from their sight and He left them wrapped in a deep nostalgia: “Weren’t our hearts on flames while He talked and explaine scriptures along the way ?” (Cf. Lk 24:32)
Think what a masterpiece of beauty, of nostalgia, of eternity: they recognized him in the breaking of the bread. Only in that gesture they saw reflected the features of their Jesus. Not even Mary Magdalene, the woman who has chased more than all those gypsies steps, had recognized him. Outside the tomb crying and confuses Him with the gardener. Only when Jesus says: “Mary” Her eyes gets opened and she recognize His Messiah. And us, too, sometimes, did we recognize Him? Why do not we want to admit it? Well, we recognized in His priests, very often in the confessional, it happened more than once to hear the unexpected, dazzling word, to suddenly receive from a  gentle and humble hearted stranger, the gift of a caress scented of heaven, a consolation that bore no sign of man.

All this until the hands of a few elected men will raise the Lamb of God who takes away the sins of the world. These are the men who created the Holy Thursday. God’s workers that in their hands they have the scripture:  Ocean of poetry and of eternity that man is willing to lose in order to continue to sleep. But the Christian who ignores the scriptures remains without a necessary and wonderful food” sweeter than honey and the honeycomb” (Ps 19:11).
Today there is a crisis about spiritual ecstasy, the surprise factor is fading out, we don’t get surprised any more by anything. We should be amazed by God. Christ addresses to us today the same reproach addressed one day to the Sadducees, “Ye do get into error by not  knowing the Scriptures” (Mt 22,29). It is necessary to regain provocative force of the Gospel. If we, believers, do not keep these expectations high, the follies and utopias of Scripture, our presence in history is really vain. Not even the disciples of Emmaus were able to recognize that this stranger was hiding the appearance of Jesus of Nazareth because they did not understand what it was written in the Scriptures: “Then He opened their minds to understand the Scriptures” (Lk 24,45).

4^ Domenica di Pasqua b

E’ la tua voce: il cuore sta per impazzire – Gv 10, 11-18 (Commento di don Marco Pozza)        

Nato tra i pastori di Betlemme, da grande Gesù corre verso l’acqua e i pescatori. In terra d’Israele puoi anche essere pescatore, ma non puoi scrollarti di dosso l’inseparabile e inconfondibile odore del gregge. “Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati” (Gv 10, 8).

Assoluto ed esigente questo Gesù. D’altronde era un uomo libero, di una libertà totale. Scendeva nelle strade, nelle piazze, nelle sinagoghe, nel Tempio, nelle case private, incrociava sguardi di prostitute e di briganti, di benestanti e di folli. Non sapeva cosa fossero i complessi! Per questo sbaragliava tutto e andava al sodo, fuggiva i formalismi e le convenzioni sociali. Non guardava in faccia a nessuno, ma parlava con autorità, mosso da estrema libertà.”Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. La voce del pastore garantisce ad ogni pecora del gregge la via per superare la prova. Rapporto di casta intimità (“entra per la porta”), sguardi intrecciati al singolare (“ad una ad una”) messaggi personalizzati (“le chiama per nome”).

Quella voce avrebbe accompagnato il popolo come una colonna di fumo che tratteggia la via, come un mare che si apre alla salvezza, come un tempio che custodisce preghiere.

Dai pastori ai pescatori. Nato pescatore, probabilmente Pietro non era tanto diverso da me, forse nemmeno da te. Impulsivo, testardo, apparentemente sicuro di sé, pieno d’amore a parole per Gesù, ma nell’intimo un insicuro, con la paura di essere sommerso dalle onde e pronto a tradire se la testimonianza gli costasse troppo. Guardalo oggi, in piedi a gridare il suo credo. Sbagliando, ha imparato: “Sulla tua parola getto la mia vita”. Sbagliando, ti capisci! Se uno mi chiedesse: “Descriviti!”, con il sorriso ti direi che sono un incapace ma pronto a tutto, perché consapevole che quanto più ci si abbandona in Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno.

Perché vivere?” o “Per “Chi” vivere”. Se vivi per qualcosa hai sempre lo sguardo rivolto al tuo ombelico, guardi sempre e solo a te. Se vivi per Qualcuno esci da te, percorri sentieri di novità, che profumano di grandezza. Se poi quel Qualcuno ha la lettera maiuscola, allora: “In bocca al lupo!” Perché quel Qualcuno ti fa uscire dal branco, ti da coraggio per camminare da solo, per camminare contro tutti, per incontrare, incontrare, incontrare. Certo, ci vuole follia, fantasia e…tanta fiducia. Basta pensare a Pietro e ai suoi amici: hanno lavorato tutta la notte, senza prendere neanche un pesce. Gesù dice loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca”. Pietro era stanco, tuttavia rispose con fermezza: “Sulla tua parola getterò la rete”. In altre parole Pietro disse: mi fido di te. Sulla tua parola getto la mia vita”.   A sogno alto, vita alta; a sogno basso, vita meschina.

Eppure nessuno può scegliere la vita al posto nostro.    

It’s Your voice: My heart is going to go crazy – Jn 10: 11-18 Born among the shepherds of Bethlehem, Jesus, once adult, runs down to the water and the fishermen. In the land of Israel you can be a fisherman, but you can not shake off the inseparable and unmistakable smell of the flock over you. “All those who came before me are thieves and robbers, but the sheeps did not hear them” (Jn 10: 8).

Absolute and demanding this Jesus. Besides, he was a free man, a man of total freedom. Down in the streets, in the squares, in the synagogues, in the Temple, in private homes, he crossed sights of prostitutes and robbers, weahty people and crazy guys. He did not know what “complexes” were about!

For this reason He was going straight to the point, fleding out formalism and social conventions. Not looking at anybody, but He spoke with authority, becuse He was moved with extreme freedom.
”The sheeps follow him because they know His voice.” The voice of the shepherd guarantees every sheep of the flock the way to pass the test. Caste intimacy relationship (“enters by the door”), looks twisted in the singular (“one by one”) personalized messages (“calls them by name”).

That voice would accompany the people as a column of smoke that outlines the way, like a sea that opens to salvation, as a temple which houses prayers. From shepherds to fishermen. Born fisherman, Peter probably was not so much different from me, maybe even from yourself. Impulsive, stubborn, seemingly self-confident, full of love for Jesus in words, but inwardly insecure, afraid of being overwhelmed by the waves and ready to betray the testimony cost him too much. Look at him now, standing shouting his creed. Making it Wrong, he learned: “At your word I throw my life.” Make it Wrong, you understand yourself! If one were to ask me: “Describe yourself!”, With the smile you would say they are incompetent, but ready for anything, because they know that the more you give yourself in God, the more it will improve the people around us.
“Why live?” or “To who live for?.” If you live for something you always have an eye to your navel, and you always look only to you. If you live for somebody you come out of you, walk along paths of novelty, that smell of greatness. And if that someone has a capital letter, then: “Good luck!” Because that someone makes you get out of the pack, He gives you the courage to walk alone, to walk against all, to meet, meet, meet. Sure, it takes madness, fantasy and … so much trust. Just think about Peter and his friends have been working all night, even without taking a fish. Jesus said to them, “Cast the net on the right side of the boat.” Peter was tired, but said firmly: “At your word I will let down the net.” In other words, Peter said, I trust you. At your word I throw my life. “
A dream high, waist high; to dream down, miserable life.
Yet no one can choose life in our place.

5^ Domenica di Pasqua b Rimanete in me e io in voi – Gv 15, 1-8 (Commento di don Marco Pozza) – “Rimanete in me e io in voi” – sussurra Gesù sul cuore dei suoi discepoli. Quanta tenerezza, dolcezza, e maternità in quest’espressione. “Rimanere”: ovverosia poggiare il nostro capo sulle sue spalle, stringere forte una mano su un precipizio, agganciare lo sguardo nell’oscurità. Ma perché rimanere in Lui quando tutti ti regalano dubbi sulla sua esistenza? Perché “Senza di me non potete far nulla”. Ma verrebbe da chiederti: “Sei sicuro, Signore?” Qui sembra di respirare solo caligine. Fondi segreti, aste truccate, tangenti sottobanco. Corruzioni di potere, giochi di palazzo. Falsità nelle dichiarazioni dei redditi. Terremoti di scandali, ambiguità bancarie, rapporto predatorio col denaro pubblico. Processi che s’insabbiano, prove che si depistano, concorsi pubblici che si pilotano. Anfetamine che abbattono gli atleti che abbattono i record! “Rimanete in me e io in voi”: “Ma chi sei Tu per chiederci questo?” Viene in mente la battuta di quel missionario il quale, mentre parlava ai negretti seduti sotto un albero della foresta, essendogli capitato di usare nel discorso la parola computer, si sentì chiedere da un bambino cosa fosse il computer. E lui, imbarazzato, gli rispose mostrandogli la matita che aveva in mano. “Te lo spiego subito: vedi questa matita? Il computer è tutta un’altra cosa!”. Appunto, Dio è tutta un’altra cosa. Per fortuna.       Dobbiamo ripeterlo con le labbra danzanti quel versetto del salmo: “Sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza”. Solo così saremo afferrati dall’imprevedibilità di Dio. Solo così capiremo le sue inedite trovate. Solo così ci sedurranno le sue sorprese e ci accorgeremo che sono veramente inesauribili le sue risorse sulla novità.”Rimanete in me e io in voi” – per riacquistare lo stupore negli occhi! Gente, non ci sono più stupori nella nostra vita. Non c’è più attesa. La nostra vita scorre come sabbia sulla clessidra, senza brividi. C’è un deficit generale di passione, d’entusiasmo.

Recuperiamo la vita perché questa non è vita! Senza capacità di ribaltare le cose con guizzo profetico non capiremmo mai che l’età più bella della vita è quella che abbiamo! Nella mia testa c’è una convinzione: che quanto più spericolati saranno i nostri abbandoni in Dio, tanto più teneri saranno i suoi abbracci! Lo ha promesso: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Desideri conoscere l’imprevedibilità di Dio? Guardati attorno e vedrai, grazie al cielo, i frutti di questa follia del Signore. Perché Filippo e Federica hanno lasciato il posto in ospedale e sono partiti volontari in Etiopia con la loro bambina? Perché Giulia, la seduzione fatta carne, dopo la scuola superiore è entrata come novizia in un monastero di clausura? Perché quella coppia, come se non bastassero i figli e i problemi che già aveva, si è avventurata in una rischiosa operazione di affidamento? Perché Rita perdona gli uccisori di suo fratello Paolo? Perché Luca da tredici anni continua ad accarezzare la sua giovane moglie ridotta allo stato vegetale?

Valla a trovare la logica.    

Abide in me and I in you – Jn 15: 1-8 “Abide in me and I in you” – Jesus whispers over the hearts              of his disciples. How much tenderness, sweetness, and motherhood in this expression shows up. “To stay”: ie to rest our head on His shoulders, tighten a strong hand on a precipice, hook eyes in the darkness. But why stay in Him when all they give you doubts about its existence? Because “Without me you can do nothing.” But one might ask: “Are you sure, Lord?” Here it seems to breathe only darkness. Secret funds, rods rigged, bribes under the table. Corruptions of power, games palace. Fraudulent tax returns. Earthquakes of scandals, ambiguity banking, predatory relationship with public money. Processes put under the sand, distorting evidences, Public competitions that are already decied. Amphetamines slashing athletes that break records! “Abide in me and I in you”: “But who are You to ask us that?”
I remind about the  joke of that missionary who, as he spoke to the little black kids under a tree in the forest,  having ever used in his speech the word “computer”, I was asked by a child what he felt the computer was. And he, pretty embarrassed, replied, showing him the pencil in his hand. “I’ll explain in a bit : do you see this pencil? well, the computer is a complete different thing.”
In fact, God is something else. Luckily. We have to repeat it with her dancing lips that verse of the psalm: “Above the heavens  your majesty is exalted.” Only like this we will be gripped by the unpredictability of God. Only then we will understand His unpublished found. Only then we deceive its surprises and we realize that they are truly inexhaustible His resources on the news.
“Abide in me and I in you” – to regain the wonder into our eyes! Folks, there are more wonders in our lives. There is no more waiting. Our life flows like sand over the hourglass, with no chills. There is a general shortage of passion, enthusiasm.
Let’s recover life because this is not life! No ability to turn things around with no prophetic flicker we never would understand that the best age of life is what we have! In my head there is a conviction that the more reckless will be our abandonment in God, the more tender it will be His hugs! He promised: “Whoever remains in me and I in him, he bears much fruit, because apart from me you can do nothing.”
Do you want to know the unpredictability of God? Look around and you’ll see, thank God, the fruits of this madness of the Lord. Why Philip and Federica have given way their job in hospital and they left volunteers in Ethiopia with their child? Why Giulia, the seduction made flesh, after the high school has entered as a novice in a cloistered monastery? Because that couple, as if not enough children and the problems they already had, has ventured into a risky operation of custody? Why Rita forgive the killers of his brother Paul? Why Luca, thirteen years old, continues to caress his young wife that was reduced to a plant?
Go and find a logic in this.

6^ Domenica di Pasqua b Capaci di infiammarsi – Gv 15, 9-17 (Commento di don Marco Pozza)

Il cenacolo, da rifugio contro la paura, diventa la base di una squadra di gente pazza che comincia a disturbare la quiete del mondo. D’altronde il Maestro li aveva scelti proprio per questo e, guarda caso, tutta gente strana. La normalità non l’ha mai incantato più di tanto. Lui voleva gente infuocata, aveva bisogno di persone capaci di infiammarsi per un ideale, di ardere a causa della passione. Aveva bisogno di amici: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (v. 16). Pretendeva degli innamorati: di Lui, del suo sogno di rovesciare il mondo, della sua smisurata voglia d’amare. Voleva gente disposta a perdere la testa, a rischiare il cuore, la faccia. Forse la vita.

Gerusalemme è la base di partenza, il mondo diventa il loro campo di battaglia, i confini della terra il limite da raggiungere. Partono infuocati, disposti a pagare il prezzo della solitudine, del disprezzo, dell’abbandono e della derisione.

In un’epoca in cui si predicava la normalità a tutti i costi – dopo tre anni di scombussolamento generale – pure loro erano normali. Ma la normalità del Vangelo è una logica che sfiora la follia: “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la sua vita per i propri amici” (v. 13).

Il Maestro non aveva stabilito una misura, se non la sua: “Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (v. 17).

Gesù rimanendo in mezzo a loro, s’è accorto che l’uomo non può vivere senza qualcuno vicino, che l’incoraggi, lo faccia sentire prezioso, l’accompagni.

Anche Lui si era scelto non uno ma dodici! Scelti “perché stessero con lui” (Mc 3,14). Prima vive assieme, poi li manda nel mondo. Non terranno né borsa, né bisaccia, né sandali. Ma un amico sì! Senza cose: ma non senza amici. A due a due busseranno alle porte del mondo.

Quante rassicurazioni perché non abbiamo a demoralizzarci! Sembra quasi che nemmeno Lui riesca a fare a meno di noi. Sembra che voglia trovare un modo per tornare Lassù pur rimanendo assieme a loro. Di partire…restando. Di abbracciare il Padre con una mano e con l’altra stringere il loro petto.

“Sono troppo stanco. Depresso. Confuso. Nessuno mi capisce. Nessuno mi vuole bene. Tutti l’hanno con me! Figurati se me ne va bene una. Lui sì che è intelligente. Lei sì che è bella. Non ne sono capace. Non ci provo nemmeno. Non ci riuscirò mai. Tanto non serve a niente! Ma poi: cosa dirà la gente? E’ tutta colpa vostra! Ah, se avessi. Se fossi. Se diventassi. Sarebbe terribile. Se mi capita, mi sparo”.

Mi son chiesto: se i primi cristiani avessero ragionato così, dove sarebbero arrivati a predicare il Vangelo?

Able to get  ignited – Jn 15: 9-17

The Upper Room, from being a refuge against fear, it becomes the basis of a team of mad people that begins to disturb the peace of the world. Besides the Master had     chosen them right for this and, incidentally, all strange people.

Normality has never enchanted more than a lot. He wanted people on fire, he needed people able to get ignited by an ideal, to burn because of passion. He needed friends: “You did not choose me, but I chose you and I commissioned you to go and bear fruit, and your fruit will last” (v. 16).

He demanded some lovers: of Him, of His dream of overthrowing the world, of His boundless desire to love. He wanted people willing to lose their head, to risk their hearts, their faces. Maybe their own life.Jerusalem is the starting point, the world becomes their battlefield, the ends of the earth the limits to reach.

Fiery they start, willing to pay the price of loneliness, contempt, abandonment and derision. In an age where we preached normality at all costs – after three years of general disruption  – they too were normal. But the normality of the Gospel is a logic that touches the madness: “No one has greater love than this, to give his life for his own friends” (v. 13).

The Master had not set a measure, but  His one: “Love one another as I have loved you” (v. 17).
Jesus, remaining in their midst, He has realized that man can not live without someone close, that give courage, makes them feel valuable, accompany him. He also had not choosen one but twelve of them!

Chosen “to be with him” (Mk 3:14). Before they live together, then He sends them into the world. Not held no purse, no bag, no sandals. But for sure a friend! Without things: but not without friends. Two by two they ‘ll knock at the doors of the world.

How many reassurances because we do not have to feel despondent! It almost seems that he even manages to do without us. It seems to want to find a way to get back up there while staying with them. To Leave …just remaining. Embrace of the Father with one hand and with the other tighten their chest.
“I’m too tired. Depressed. Confused. No one understands me. No one cares about me. All of them are against me! I figured if I do one fine!. He is really smart instead. She really is beautiful instead. I’m not capable. I Do not even try. There will be never. So much is useless! But then, what will people say? It ‘s all your fault! Ah, if I had this i shoot myself. “
I wondered if the early Christians had reasoned so, where would come to preach the gospel?

Ascensione

Il naso all’insù, i piedi all’ingiù – Mc 16, 15-20   (Commento di don Marco Pozza)

Durante l’Ascensione, Gesù gettò un’occhiata verso la terra che piombava nell’oscurità. Soltanto alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme.

L’arcangelo Gabriele, che era venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: “Signore, che cosa sono quelle piccole luci?”. “Sono i miei discepoli in preghiera, radunati intorno a mia madre. Appena rientrato in cielo, invierò loro il mio Spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un incendio sempre più vivo che infiammi d’amore, poco a poco, tutti i popoli della terra!”. L’Arcangelo Gabriele osò replicare: “E che farai, Signore, se questo piano non riesce?”. Dopo un istante di silenzio, il Signore gli rispose dolcemente: “Ma io non ho un altro piano”.

Secondo te, è un momento bello o triste? Dipende da come la guardi quest’ora. Guarda che assurdità: quest’ora sembra essere più triste addirittura dell’ora della morte. Perché almeno la croce lasciava un cadavere da imbalsamare di lacrime e di unguenti, da visitare con fiori e lanterne. Illogico l’uomo, se veramente un sepolcro in terra può dar maggior conforto che un punto irraggiungibile in cielo che ti parla di speranza. Ma se di un balzo quest’Uomo abbandona la terra nel pieno della sua giovinezza e della sua mirabile vittoria, è solo per gridarci che anche noi siamo destinati alla residenza eterna.

Ma che difficile capire. Noi, armati di cultura e di letteratura, capiamo solo che Lui era tra noi e adesso non c’è più, che potevamo toccarlo e adesso No. Il difficile del nostro vivere comincia da questo momento con il cuore turbato in un assurdo rimorso. Senza più avere quel Maestro, geniale e imprevedibile, noi vorremmo fermarci lassù migliaia di anni perché c’è stato detto che Lui verrà precisamente alla stessa maniera. Ma non sarà possibile, non lo è stato nemmeno per i discepoli: hanno dovuto obbedire, sono stati costretti a scendere assieme agli altri. Con un invito accorato da parte di due uomini in bianche vesti per non dare al Maestro l’ennesima impressione di non aver capito nulla: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”

Egli torna al Padre, sai cosa significa? Che quelli che stiamo percorrendo non sono sentieri interrotti. Che la nostra vita non è sospesa sul vuoto. Che quel Dio che senti tremendamente lontano si è fatto inquilino di quell’appartamento privatissimo che si chiama “persona umana”. Sicché il suo indirizzo provvisorio porta i connotati di ciascuno di noi: di me, don Marco, di te, di Andrea, di Angela, di Paolo… E chi vuol adorarlo non lo deve cercare nei quartieri residenziali del cielo, ma negli occhi della gente.

Allora capiremo che questo è stato tutto un gioco per farci innamorare ancor di più di quell’Uomo. Allora capiremo che ha fatto finta d’andarsene.

Lo capiremo da questo: non avremo più paura.

Nose up , Feet down During the Ascension, Jesus glanced toward the ground that swooped into the darkness. Only a few small lights timidly glowed over the city of Jerusalem. Gabriel, the archangel, who had come to welcome Jesus, he asked Him, “Lord, what are those little lights?”. “They are my disciples in prayer, gathered around my mother”. He replied. “Shortly, after returning to heaven, I will send them my Spirit, because those flickering torches would turn into more and more alive fire able to inflame with love, little by little, all the peoples of the earth “. Gabriel, the Archangel, dared to reply: “What will you do, Lord, if this plan would fail?”. After a moment of silence, the Lord said to him softly: “But I have another plan.”
In your opinion, is a beautiful  or sad time? It depends on how you look at this time. Look at that absurdity: this time seems to be even more sad time of death. Because, at least, the cross left a corpse to embalm with tears and ointments, a corpse to visit with flowers and lanterns. Illogical the man, if indeed needs a tomb in the earth to give more comfort than an unattainable point in heaven that speaks of hope. But if in a leap this man would leave the earth in the prime of his youth and his wonderful victory, it would be   only to cry out that even us are destined for eternal residence.
How hard is it trying to understand. We, armed with culture and literature, do understand that He was just between us and now He’s gone, that we could touch Him and now Not. The difficult part of our life begins from this moment in which our troubled heart is into an absurd remorse. No longer having the brilliant and unpredictable Master, we would like to stop overe there thousands of years because we have been told that He will be get precisely the same manner. But it won’t be possible, it was not even for the disciples: they had to obey, they were forced to go back down with the others. With a heartfelt invitation by two men in white garments, to not give the Master yet another impression of not understanding anything, “Men of Galilee, why stand ye gazing up into heaven?”
He returns to the Father, you know what I mean? That those pahths we are going through are not interrupted ones. That our life is not suspended over the void. That the God who you feel tremendously far, He became a tenant of that private apartment which is called “human person”. So that His temporary private address brings the features of each of us: myself, Don Marco, you, Andrew, Angela, Paul … And who wanna adore Him do not have to look for Him in residential neighborhoods of the sky, but in the eyes of the people .
Then we will understand that this was just a game to make us to fall in love of that Man even more. Then we will understand that he pretended to go away. We will understand from this: we will not be scared anymore.

Pentecoste Un dono esagerato – Gv 15, 26-27; 16, 12-15 (Commento di don Marco Pozza)                

Dopo l’Ascensione, gli apostoli se ne stavano con il naso all’insù e in silenzio. Un po’ esterrefatti e un po’ rammaricati. Tornavano al cenacolo, a nascondersi “per timore dei Giudei”: “E adesso che facciamo?”

A Gerusalemme nessuno si aspettava più nulla da loro rimasti senza capo. Il potere era riuscito a riportare l’ordine dopo gli sconquassamenti perpetrati da quel guastafeste della Galilea. La lezione della Croce doveva servire da ricordo a qualcuno che nutrisse ancora idee bizzarre, ma avevano fatto male i conti, come spesso capita anche a noi nella vita!

Peccato non avessero messo in conto – discepoli, avversari e studiosi – il dono dello Spirito Santo! Nell’Ascensione, Gesù, portando per la prima volta l’umanità lassù, volle fare al Padre la presentazione ufficiale della “sposa”. Il Padre, rimasto felicissimo per la scelta del Figlio, volle fargli subito un dono esagerato per le nozze. D’accordo con lui, ha inviato sulla terra il suo Santo Spirito con il compito di render ancor più bella e attraente la sposa. Lei è splendida ma porta tante macchie sul volto, molte rughe sulla fronte, parecchi graffi sul corpo… lo Spirito Santo non ama le rughe.

C’è un inno i cui rintocchi fanno vibrare il cuore:”Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la faccia della terra”.

Rinnovare la faccia: in altre parole togliere le rughe, pulire i lineamenti, far splendere la bellezza originale.

Il vangelo è meraviglioso nei suoi rintocchi, tremendo nei richiami, fantastico nella precisione. Alla fine dell’avventura terrena di Gesù, gli apostoli sono creduti vinti, schiacciati, umiliati. I Farisei stanno già brindando quando s’accorgono di non aver calcolato l’ultimo personaggio: lo Spirito Santo. Rimangono sbigottiti.

C’è un “fuori programma”: un’immagine di Chiesa celeste, non invitata, coglie tutti di sorpresa e impreparati. E’ difficile rendersi conto di quello che sta succedendo, impossibile prevedere le conseguenze. E’ una chiesa che mette in imbarazzo, turba e scuote. La Pentecoste: ovvero la cronaca di un incidente “non annunciato” e, dall’incidente, non estraggono un cadavere annerito di chiesa. Tutt’altro. Dalle macerie causate dallo scontro con lo Spirito Celeste nasce la Chiesa che non t’aspetteresti: una chiesa che si fa capire, inspiegabile, incontrollabile. Una chiesa che, se fosse sempre quella, ti lascerebbe una domanda: “Ma cosa sta succedendo?”.

Una Chiesa preoccupata delle cose di Dio e zelante in quelle degli uomini. E’ la chiesa degli apostoli! Sfuggente, impensabile, imprevedibile. fortissima, travolgente, impetuosa, appassionante, irresistibile. Innamorata e indomita.

Come stanno cambiando i tempi…

A gift exaggerated   After the Ascension, the apostles stood silently with their noses  up. A little ‘stunned and a little’ regret. They got back into the Upper Room, just hiding out cos’ scared from the Jews”: “Now what are gonna do?”
In Jerusalem, no one expected anything from them once they remained without a chief. The istitutional Power was able to restore order after the confusiuon perpetrated by the troublemakers from Galilee. The lesson of the cross had to serve as a reminder to anyone still harbored by those bizarre ideas, but they had miscalculated, as often it happens to us in life!
Too bad they had not reckoned – disciples, opponents and experts – the gift of the Holy Spirit! In the Ascension, Jesus, jus bringing for the first time humanity up there, He took the Father doing the official presentation of the “bride”. The Father, was happy for the choice of the Son, and He would make him a gift now exaggerated for the wedding. He agree with Him, to sent on earth his Holy Spirit with the task to render even more beautiful and attractive the bride. She is beautiful but she brings a lot of spots on her face, many wrinkles on her forehead, several scratches on  her body … the Holy Spirit does not like wrinkles. There is a hymn whose chimes vibrate the heart: “Send forth your Spirit, Lord, and renew the face of the earth.” Renew the face: in other words, remove wrinkles, clean features, shine the glory.
The gospel is wonderful in his strokes, terrible on its story jumps, great in its precision. At the End of Jesus’s timemon earth,  the apostles are believed vanquished, crushed, humiliated. The Pharisees are already toasting when they perceive not to have calculated the last character: the Holy Spirit. They are astonished. There is an “unscheduled”: an image of the heavenly Church, uninvited, takes everyone by surprise and unprepared. It ‘hard to realize what’s happening, impossible to predict the consequences. It ‘a church that embarrasses, disturbs and shakes. Pentecost: that is the record of an “unannounced” accident and, by accident, they do not extract a blackened corpse of the church. Far from it. From the rubble caused by the collision with the Heavenly Spirit , the Church was born. The Church that you would not expect : a Church that you do understand, inexplicable, uncontrollable. A church that, if it were always the same, you would leave a question: “What’s going on?”.
A Church concerned about the things of God and zealous in those of men. And ‘the Church of the apostles! Slippery, unthinkable, unpredictable. strong, passionate, fiery, passionate, irresistible. Love and indomitable.

As the times are changing …

Corpus Domini   Il Pane vivo – Mc 14, 12-16.22-26 (Commento di don Marco Pozza)

Tutto era pronto, le virtù private e pubbliche stavano per culminare nel sacrificio supremo, ma nella fantasia di Gesù mancava un gesto umano, troppo umano, e, per questo, tremendamente divino: il suo testamento. Il Figlio dell’Uomo era lì, al centro della tavola e, per la prima volta, sulla faccia della terra si stava compiendo un prodigio: possedere la persona che si ama, incunearsi dentro di lei, diventare un tutt’uno con il desiderio d’amore. E’ dalle parole pronunciate da Gesù, subito dopo, che noi possiamo misurare l’amore che traboccava nei discepoli – impauriti e innamorati allo stesso tempo – poiché li chiama “figlioli” pur essendo uomini rudi e nel vigore della loro età. “Prendete, questo è il mio corpo”, “Prendete, questo è il mio sangue”. Mai aveva parlato loro come in quella notte. Essi intuiscono che il loro amico è Dio e che Dio è amore. M’incuriosisce la domenica scavare nei volti di chi s’accosta all’Eucaristia: timore e confidenza, abbandono e rimorso, vergogna e amore. La piccola Ostia spande una luce sulle azioni irreparabilmente compiute dal peccatore che si accosta. Nessuno può dire di conoscere se stesso se non filtra i suoi lineamenti alla luce di quel pane consacrato. L’eucaristia! L’emozione di un Dio che ti raggiunge come sei: peccatore e schiavo, splendido e irriverente, stupito o ignavo. Non importa: Cristo entra! A volte sento le mani tremare nell’atto della consacrazione: il gesto massimo del sacerdote.   Senti sulle spalle incurvate il peso del divino, la tenerezza della tua debolezza d’uomo, la potenza di un mistero inafferrabile, che ti rapisce liberandoti.

Nelle tue mani sporche, il Corpus Domini. “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51). Peccato che spesso riceviamo questo pane con leggerezza, abitudine e senza la piena consapevolezza: qualcuno balbetta un amen “in calare”, qualcuno lo imbocca come una caramella…

Qualcuno ci crede davvero e, quasi, lo vedi piangere. Ma ci pensi che tutti i delitti che porti nel tuo cuore, nel momento in cui abbracci quell’Ostia, non sono più tuoi? Un Altro li ha fatti suoi dopo che il suo perdono è sceso nell’anima?

Ma se mancano coloro che annunciano il miracolo dell’Eucaristia, come crederanno? Servono veri e propri evangelizzatori di strada: persone capaci di rincorrere, affiancare, accogliere. Crediamo che anche un giovane punk possa diventare santo. Le nostre debolezze gli riveleranno quel Gesù che solo lo salverà. Forse avete avuto anche voi la terribile tentazione, qualche volta, di volervi avvicinare ad un gruppo di giovani sui motorini davanti alle nostre chiese, per annunciare loro che la cosa più bella che possa capitare ad un uomo è l’aver conosciuto Gesù di Nazareth e che con Lui la vita è tutta un’altra cosa. Quanto si perdono, senza di Lui! Ma quanta paura! E poi, che cosa dire? Mi accetteranno? Chi sono io per dire loro qualcosa?
Perché non provi prima di darti per vinto?

The living Bread Everything was ready, both the private and public virtues were up to culminate in the supreme sacrifice, but in the imagination of Jesus a human , too human, gesture was missing, and, therefore, tremendously divine: His own last will. The Son of Man was there, in the middle of the table and, for the first time on earth it was taking a wonder: have the person you love, wedged inside of her, become one with the desire of love. It is by the words spoken by Jesus, after which we can measure the love that overflowed from the disciples – afraid and in love at the same time – as He calls them “little children” although rough men and in the vigor of their own ages. “Take you all; this is my body”, “Take you all; this is my blood.” He had never spoken to them as He did that night. The disciples sensed that their friend is God and God is love. On the Sundays I’m curious to dig on the faces of those who draw near to the Eucharist: fear and confidence, abandonment and remorse, shame and love. The small piece of consacrated bread spreads light on the irreparably actions carried out by  sinner who approaches. No one can claim to know himself if he does not filter his features over the light of the consecrated bread. The Eucharist! The emotion of a God who reaches you as you are: a sinner and a slave, beautiful and irreverent, amazed or indolent. No matter: Christ comes! Sometimes I feel my hands shaking in the act of consecration: the gesture of the Highest Priest.   I Feel the divine weight on my bent shoulders, the tenderness of your weakness of man, the power of an elusive mystery, which whisks you away freeing you at the same moment.
Into our dirty hands, the “Corpus Domini”. “I am the living bread come down from heaven. If anyone eats of this bread will live forever” (Jn 6:51). Too bad that we often get this bread with lightly, habit and without full awareness: someone stutters a fading amen, someone feeding him like candy … someone really believe and, almost, you see him cry. But Can you think that all the crimes that you carry in your heart, when you hugs that Host, are no longer yours? Another One made them His own after His forgiveness fell into your soul? But if it lacks those who proclaim the miracle of the Eucharist, how will they believe? It serve real evangelizers on the street: people capable of chasing, complement, accommodate. We believe that even a young punk can become a Saint.

Our weaknesses reveal that Jesus that is the Onlt One able to save him. Perhaps you have also had the terrible temptation sometimes to get close to a group of young people on scooters in front of our churches, to announce to them that the best thing that can happen to a man is to have known Jesus of Nazareth and that life with him is another matter entirely. How they are lost without Him! But how much fear! And then, what to say?

Will they accept me? Who am I to tell them something?
Why do not you try before you give up?

X Domenica T. Ordinario

XI   Domenica T. Ordinario Dio esiste, ma non sei tu: rilassati – Mc 4, 26-34

(Commento di don Marco Pozza) Quella di Gesù è rimasta nei secoli la religione della Parola. Egli usa i gigli del campo e il granello di senapa, il gregge e il pastore, la massaia e la cercatrice di perle, il serpente e il tozzo di pane, il granchio e i fanciulli che suonano il flauto.    

Per mille e più giorni Egli scelse di parlare in parabole, ignorando quello dei rabbini, che conosceva benissimo, s’aggrappò al linguaggio ingenuo dei bambini per assicurarci da quel giorno che la storia non è un insieme d’inutili sussulti.   

Noi non stiamo percorrendo sentieri interrotti, la nostra vita non è sospesa sul vuoto. Quel Dio che senti tremendamente lontano si è fatto presente nell’intimo più profondo dell’uomo. Un Dio cantastorie che, con le parole, inquieta, interroga, stupisce e impensierisce. Le sue sono storie luminose, racconti che svelano, bozzetti di vita quotidiana che accendono il desiderio dell’Eterno: rimarranno oscure solamente per coloro che terranno la distrazione nello sguardo e il cuore appesantito.   

Già gli antichi rammentavano che, quando il dito indica la luna, soltanto l’imbecille guarda il dito:“De te fabula narratur” (“è di te che si parla in questo racconto”) è la scritta che campeggiava in calce ai loro racconti e favole.

E’ di te che si parla in questa parabola. Per chi guarda da fuori, la Grazia non è facile da capire, eppure il Regno di Dio è già dentro la storia, è un germe che misteriosamente si fa strada, cresce, nonostante l’uomo dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce, come, egli stesso non lo sa.

Nel grembo della storia giace la semente della bellezza, non sono gli uomini a realizzare il Regno ma è Dio che libera la sua creatura da un affanno pesantissimo, a lei spetta solamente l’annuncio e, quando sarà ora, la raccolta.

Come metafora di un sogno è il Regno di Dio: nascosto, silenzioso, fanciullesco e divino lentamente cresce, germoglia e s’accende.  Perché Dio esiste: e questo ci basta per far impazzire il cuore. Esiste ma non sei tu: e questo ci basta per rilassarci e sentirci meno Dio. Perché nessuno riuscirà mai a spiegare come mai in un mondo in cui l’uomo sogna di diventare Dio, ci sia stato un Dio che un giorno abbia sognato di diventare uomo.

Non per nulla questa storia – accesa sul ciglio delle labbra di un Rabbì Nazareno – è tacciata ancor oggi d’essere la storia più ambiziosa della terra. Una storia raccontata in parabole di sementi e di fiori che sbocciano.

Una storia a colori.

God exists, but not you: relaxed – The Religion of Jesus remained in the centuries the religion          of the Word. He uses the lilies of the field and the mustard seed, the flock and the shepherd, the housewife and the seeker of pearls, the snake and the loaf of bread, the crab and the children who play the flute.
For more than a thousand days he chose to speak in parables and , ignoring the language of the Rabbis,  He knew very well, He clung to the naive language of children to ensure us that history, froma that day,  it is not a collection of unnecessary jerks.
We’re not going along broken paths, our life is not suspended over the void. The God you feel awfully far away He became present inmost man. A storyteller God, that, with the words, get you restless, questioning, surprised and worried. His stories are so bright, are stories that reveal, sketches of everyday life that ignite the desire of the Eternal: it will remain obscure only to those es who held the distraction into their eyes and their heart heavy.
The ancient recalled that, when the finger is pointing at the moon, only the  fool one looks at the finger “De te fabula narratur” (“is about you that we speak in this story”) is the word that stood at the bottom of their stories and tales. And it is about you that is said in this parable. To those are  watching from outside, Grace is not easy to understand, yet the Kingdom of God is already within the story, is a germ that mysteriously makes its way, it grows up , despite the man sleeps or rises night and day, the seed sprouts and grows up, as it does that, it does not even know.
In the womb of history lies the seed of beauty. Are not the men to realize the Kingdom but it is God who frees His creature from a heavy wheezing, only the announcement is left to her and , when the time comes, the collection.

The Kingdom of God is like a metaphor of a dream: hidden, silent, childlike and divine, It slowly grows, sprouts and kindled.
Because God exists: and this is enough to make our hearts to  go crazy. It exists but is not you, and this is enough for us to relax and feel ourselves “less God”. Because no one will ever be able to explain why in a world in which man dreams of becoming God, there was a God that one day he dreamed of becoming man.

Not for nothing, this story – turned on the edge of the lips of a Rabbi of Nazareth – is accused today of being the most ambitious history of the earth. A story told in parables seeds and flowers blooming.

A colorful story.

XII   Domenica T. Ordinario – Non avete ancora fede? – Mc 4, 35-41

Commento tratto dal sito http://www.lachiesa.it/ In questo brano di Marco, tutto è volto a descrivere la situazione dell’umanità, nella sua lenta storia, e tutto mira ad annunciare il piano divino che il Figlio di Dio vuole realizzare.

È venuta la sera: la notte della paura e del dubbio; la fine del giorno e delle sue effimere certezze. Gesù invita la sua Chiesa a prendere il largo e a “passare” all’altra riva.

Si tratta di un invito alla Pasqua che è un “passaggio”: quello del mar Rosso per il popolo eletto, liberato dalla schiavitù e condotto alla libertà; passaggio dalla morte per il Figlio dell’uomo liberato dal peccato e condotto alla gloria.

L’altra riva è quella di Dio, che non si vede e di cui Gesù rivela il cammino (Gv 14,4).

La barca che attraversa il lago con i discepoli e Gesù è la Chiesa. Come l’arca di Noè, essa è stata costruita proprio per “passare”. Ma scoppia una tempesta. Le forze del male si scatenano contro di essa. La barca si riempie d’acqua, qui simbolo di morte che toglie il respiro all’uomo. Il male lotta contro lo Spirito. E Gesù dorme.

L’assenza di Gesù pesa enormemente sul cuore dei fedeli: non vedendo Gesù, hanno paura e giungono persino a pensare che non sarebbero mai riusciti a compiere la traversata e che non avrebbero mai dovuto prendere il largo su quella barca.

Ma la preghiera insistente dei fedeli, che lo chiamano, è sentita da Gesù. Si sveglia. Egli è là, come ha promesso (Mt 28,20).

Gesù salva la sua Chiesa da tutte le tempeste che minacciano di farla affondare. Gesù non rimprovera gli apostoli per non averlo svegliato subito, ma biasima invece la loro mancanza di fede.

Bisogna pregarlo, e pregarlo con fede. La paura di morire, che è negativa, viene allora sostituita dal timore di Dio, che è l’obbedienza dei fedeli al loro Salvatore.

Questa è la nostra situazione: la debolezza della nostra imbarcazione trae forza dalla presenza di Cristo: egli ci fa passare.    

Ci sono momenti nella vita in cui abbiamo l’impressione di affondare, travolti dal dolore o dai nostri sbagli, quando arriva un dolore più forte, una prova insostenibile, malgrado tutti i nostri sforzi, magari sinceri. Succede così anche agli apostoli: al discepolo il dolore non viene evitato.   

Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia.

Have you still no faith? In this passage from Mark’s Gospel, everything is designed to describe the situation of humanity, in its slow history, and everything aims to proclaim the divine plan that the Son of God wants to accomplish.
It came in the evening: the night of fear and doubt; the end of the day and its ephemeral certainties. Jesus invites His Church to take off and to “move” to the other side.

It is an invitation to Easter which is a “passage”: the one of the Red Sea for the chosen people, freed from slavery and led to freedom; passage from death for the Son of man freed from sin and led to glory. The other side is the one of God, which is not seen and Which Jesus reveals the way to (Jn 14,4).
The boat crossing the lake with His disciples and Jesus, it is the Church. Like Noah’s ark, it was built just to “pass trough”. But a storm breaks out. The evil forces Unleashes against it. The boat is full of water, here a symbol of death that takes man’s breath away. Evil fight against the Spirit. And Jesus sleeps.
The absence of Jesus weighs heavily on the hearts of the faithful: not seeing Jesus, they are afraid and they even think that they would never be able to make the crossing and that should never have set sail on that boat. But the insistent prayer of the faithful, who call Him, is felt by Jesus. He wakes up. He is there, as promised (Mt 28:20).

Jesus saves his Church from all the storms that threaten to make it sink. Jesus did not rebuke the apostles for not waking him up right away, but instead blames their lack of faith.
We must pray Him, and pray with faith. The fear of dying, which is negative, it is then replaced by the fear of God, which is obedience of the faithful to their Savior.

This is our situation: the weakness of our boat draws strength from the presence of Christ: he makes us to go.
There are moments in everybody’s life when we have the impression of sinking, overwhelmed by grief or from our mistakes, when a stronger pain comes, evidence unsustainable, despite all our efforts, perhaps sincere.

It happens so also the apostles: to the disciple the pain is not avoided.
Make steadfast, O Lord, the faith of the Christian people, because we do not exalt in success, we do not broke down in the storms, but in any event, we do recognize that You are present and accompany us on the path of history.
XIII Domenica T. Ordinario Medico delle anime e dei corpi – Mc 5, 21-43

(Commento di don Marco Pozza) – Un tale di nome Giairo cammina tra la folla: “Fate largo, fate largo!” e si inginocchia davanti all’Uomo della Vita. “Maestro, la mia bambina è malata, vieni…” “Non piangere, la tua bambina vivrà, andiamo da lei”

L’Autore della Vita cammina nel mezzo della bolgia della folla tra urla e grida di coloro che cercano disperatamente ragioni di vita. Improvvisamente Gesù si volta: “Chi ha toccato il mio mantello?” poi guarda dall’alto in basso, scruta la folla, il suo sguardo ha lampi di maestà e si posa su una donna poveramente vestita, sciupata nel volto e miseramente intrufolatasi nell’anonimato della folla.

Una donna invecchiata anzitempo, le sarebbe bastato toccare il lembo del mantello per sentirsi rilanciata nella Vita; gli occhi di Gesù e degli altri le bruciano addosso e le impediscono di fuggire ma si fa avanti e gli risponde, parla senza parlare, dolcissime parole affidate all’ebbrezza dello sguardo, e Lui a lei: “Va’ in pace, figlia, la tua fede ti ha salvato. Sii guarita per sempre. Sii buona e felice. Va!”. Lo guardano imbarazzati: a toccarlo è stata una misera donna e Lui si lascia toccare da Lei.   Come un giorno si lascerà toccare da mille altre donne accorse al capezzale del suo Regno perché in quell’Uomo alberga la forza della Vita. Lui è pur sempre Creatore e mai si sentì che fuggì dalle sue responsabilità.

All’artigiano, meglio se artista, rimarrà sempre nel cuore il destino della sua creatura. Del suo capolavoro. Lui, amante della vita e nemico dichiarato della morte.

Ancor oggi, invece, Lui rimane là: sulla strada, impolverato come i suoi amici, a tradurre urla e stringere mani. “Che tu sia benedetto in eterno, Maestro”.   Dopo di lei, la figlia di Giairo: “Ti ripeto, abbi fede, non temere. La tua bambina vivrà”.

E la vita continua; rigorosamente sulla strada.

Perché ancor oggi, chi di Lui ha la fortuna di contemplarne lo sguardo in visione, racconta la dolcezza di un Uomo mai dimèntico della vita di quaggiù. Perché l’uomo, l’obbrobrio della storia, è ancor oggi la sua scommessa più azzardata.

“Che tu sia benedetto in eterno, Maestro”.

Doctor of souls and bodiesA man named Jairus walks through the crowd: “Make                   way, make way!” and he kneels before the Man of Life. “Master, my baby is sick, come …” “Do not cry, your baby will live, go to her”
The Author of life walking in the middle of the bedlam of the crowd, among screams and cries of those who are desperate reasons for living. Suddenly Jesus turns: “Who touched my clothes?” Then looks down, scans the crowd, his gaze has flashes of majesty and lay down on a poorly dressed woman, wasted in the face and miserably enterd among the anonymity of the crowd.
A prematurely aged woman, it would have been enough to touch the hem of His garment to feel revived in Life; the eyes of Jesus and the others are  burning on her  and prevent her from escaping but she comes forward and tells Him, speaking without speaking, sweet words entrusted by the eye, and He to her, “Go ‘in peace, daughter, your faith has saved you. Be healed forever. Be good and happy. Go! “.
They look at him puzzled: to  touch Him was a poor woman, and He let her to touch him.

Like one day you will leave  a thousand other women to touch Him bedside of his kingdom because in that Man dwells in the power of life. He is still the Creator and never it was heard He fled from his responsibilities.

To the Artisan, better if artist, it will always remain in the heart the fate of his own creature. His masterpiece. He, who loves life and declared enemy of death.

Even today, however, He remains there: on the road, dusty as His friends, to translate screams and shake hands. “May you be blessed for ever, Master.”
After her, the daughter of Jairus: “I repeat, have faith, do not fear. Your little girl will live.”
And life goes on; strictly on the road.
Because even today, of whom he is lucky enough to contemplate the eye in vision, he tells the sweetness of a Man never forgot the life of this world. Because man, the reproach of history, is still His most risky bet.    “May you be blessed for ever, Master.”

XIV   Domenica T. Ordinario     O Dio, mandaci dei folli. – Mc 6, 1-6 (don Marco Pozza)

Nella sinagoga di Nazareth, nell’udire parlare Gesù, tutti i presenti “furono meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, fino a renderne testimonianza (Lc 4,22). Sul momento ne rimasero affascinati, sedotti, catturati, ma un attimo dopo l’ammirazione si trasformò in odio feroce. “Come si permetteva Lui, semplice figlio del falegname del paese, di parlare in quel modo? Quell’Uomo, che avevano visto giocare da bambino insieme ai loro figli?” Nessuno è profeta in patria: questo è risaputo da tutti, ma Gesù, forse, si aspettava dai suoi compaesani uno strappo alla regola ovvero un’eccezione che la confermasse.   Strada facendo, invece, si accorgerà che i nemici sono proprio lì, “tra i parenti, in casa sua e si meraviglierà della loro incredulità” (Lc 6,4-6).   L’evangelista Luca descrive bene la rabbia scoppiata nel cuore dei suoi paesani: “Lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Insomma, volevano ammazzarlo, tutti insieme, a denti stretti, compatti. Perché? Perché la santità, quando è pura, diventa “segno di contraddizione”, svela i pensieri dei cuori e, perciò, scandalizza, fino a diventare mortale. Soprattutto se c’è una folla unanime disposta a scagliarsi contro di lui.      

I suoi paesani per credere alla divinità di Gesù avrebbero forse voluto un miracolo, un’emozione, una magia, come a Cafarnao!

Essi erano “raccomandati”, paesani di Gesù figlio di Giuseppe! Ma dei miracoli Cristo fu nemico e questi furono tutti strappati alla sua pietà, carpiti alla sua condiscendenza, persino rubati con l’astuzia.

Noi sappiamo che i veri miracoli non consistevano nel cieco che apre gli occhi, nello storpio che getta le crucce, o nel morto che risuscita ma nella fede che aveva suscitato tali eventi e nelle conseguenze che la fede stessa produceva.

A Nazareth Gesù non compì alcun miracolo perché mancava la fede che impediva di accogliere la sua Parola! Essi “furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù dal precipizio”.

O Dio, mandaci dei folli, che s’impegnino a fondo, che dimentichino, che amino non soltanto a parole, che si donino per davvero sino alla fine. Abbiamo bisogno di folli, d’irragionevoli, d’appassionati, capaci di tuffarsi nell’insicurezza dell’ignoto spalancato della povertà. Abbiamo bisogno dei folli del presente, innamorati della semplicità, amanti della pace, liberi dal compromesso, decisi a non tradire mai, obbedienti e insieme spontanei e tenaci, forti e dolci.

O Dio, mandaci dei folli.

O God, send us fools. In the synagogue of Nazareth, on hearing Jesus speak, all those present “were amazed by the gracious words that came from his mouth,” till to bear witness (Lk 4:22). At the time they were fascinated, captivated, captured, but one moment later the admiration turned into fierce hatred. “How dare He, just a simple carpenter’s son in the country, tospeak like that? That man, who they had seen as a child play with their children? “
No one is a prophet in his homeland: this is known to all, but Jesus, perhaps, was expecting  by his fellow villagers a sort of exception to the rule or an exception that confirmed the rule itself. Along the way, however, you will find that the enemies are right there, “one of the family, in his home and will marvel at their unbelief” (Lk 6.4:6). The Evangelist Luke describes well the anger erupted in the hearts of his countrymen: “They drove Him out of the city, and led Him to the brow of the hill to throw Him down headlong.” In short, they wanted to kill him, all together, through clenched teeth, compact. Why? Because holiness, when it is pure, become a “sign of contradiction”, it reveals the thoughts of hearts and, therefore, it shocks till to become mortal. Especially if there is a unanimous crowd willing to lash out at him.

His countrymen, to believe in the divinity of Jesus, they would probably asked for a miracle, an emotion, a magic, as in Capernaum!

They were “recommended”, villagers of Jesus son of Joseph! But, of miracles, Christ was the enemy, and these were all torn from His own piety, snatched out His condescension, even stolen by cunning.
We know that the true miracles did not consist in the blind to opens his eyes, in the cripple who throws the crutches out, or in the dead one raised, but in the faith that had aroused such events and consequences that faith itself produced.
In Nazareth, Jesus did not do any miracles because faith  were lacking and this prevented to receive His Word! They “They were filled with wrath, and rose up, threw him out of the city, and led him to the brow of the hill to throw him down headlong.”
O God, send us some fools, who undertake totally, that they forget, that love not only in words, that really donate to the end. We need fools, of unreasonable ones, of passionate ones, able to dive into the unknown insecurity opened by poverty.

We need fools of the present , in love with simplicity, peace-loving, free from compromise, determined to never betray, obedient and with spontaneous and tenacious, strong and sweet.

O God, send us fools.

XV   Domenica T. Ordinario

Eccoci, tu e io, e spero che, fra noi, Cristo sia il terzo”Mc 6, 7-13                                                             (Commento di don Marco Pozza)           “Ho bisogno di parlarvi, è giunto il tempo, alzatevi, andiamo, amici” è l’invito di Gesù ai suoi discepoli.

Simile ad un re che ha deciso la conquista del regno: prima indaga e avvicina le persone per conoscerne il pensiero – “chi dice la gente, e voi, che io sia?” -, poi per rielaborare le impressioni ed estendere l’opera a uomini fidati per portarla in tutto il regno.

Andare, conquistare, tornare a Lui: la strategia di tutti i grandi della Storia.

Gesù li guarda uno ad uno ed è come guardare la stessa pagina per dodici volte e vederci sempre la medesima scritta:  incomprensione.

Sorride e prosegue.”Andate e predicate che il Regno dei Cieli è vicino”. 

   Affinché possano essere creduti e accolti, Gesù concede agli apostoli il dono del miracolo: “scacciavano molti demoni, ungevano con olio gli infermi e li guarivano”.  Senza pane, senza bisaccia e senza monete nella cintura: solo con un pugno di parole nella gola da trattenere e da far uscire al momento opportuno. Le città li dovranno accogliere non perché sono Simone, o Giuda, o Bartolomeo, o Giacomo, o Giovanni o così via ma perché sono i messaggeri del Signore.

Cercheranno famiglia dove abitare e laddove non li ascolteranno di loro rimarrà la polvere sbattuta dai calzari. Li cacceranno e li derideranno, li inseguiranno e li offenderanno; e loro dovranno rispondere con la predica più bella, col silenzio mansueto di chi non è ingenuo da non capire né arrogante da sopraffare. Un giorno quegli stessi avversari li cercheranno perché al Trafitto volgeranno lo sguardo: “Vi abbiamo cercato perché il vostro modo di fare ci ha persuasi della Verità che annunciate”.

Ieri loro, oggi la Chiesa. Predicheranno a tutti, nessuno escluso. I discepoli come messaggeri di Dio dentro la Storia. La Grazia li renderà aggraziati e loro racconteranno di Lui quando non ci sarà più nessuna storia da raccontare. Con un’avvertenza non trascurabile: non terranno né borsa, né bisaccia, né sandali. Ma un amico sì! Senza cose: ma non senza amici.

A due a due busseranno alle porte del mondo. Perché quando l’uomo avrà fame un tozzo di pane lo raccatterà; quando l’uomo sarà stanco potrà trovare una spalla alla quale aggrapparsi.

“Here we are, you and I, and I hope that between us Christ is the third.” “I need to speak to you, the time has come, get up, come on, friends” is the invitation of Jesus to his disciples.
It looks like a king who decided the conquest of the kingdom: the first investigates and get close to the people to know their thoughts – “Who do people say, and you say I am?” – And then to rework impressions and extend the work to trusted men to bring in the whole kingdom.

Go, win, get back to him: the strategy of all the great men of history.
Jesus looks at them one by one and it’s like looking at the same page for twelve times and always see the same inscription: misunderstanding.

He smiles and continues. “Go and preach the kingdom of heaven is at hand”.

So that they can be trusted and accepted, Jesus gave the apostles the gift of miracle: “They cast out many demons, and anointed with oil the sick and healed them.” No bread, no bag and no coins in his belt: with only a handful of words in the throat to hold and let out at the appropriate time. The city will welcome them not because they are Simon, or Judas, or Bartholomew, or James, or John, or so on, but because they are the messengers of the Lord.

They will look fo a family to live in and where they do not listen to them, it will remain dust rammed by booties. They hunt them and mock them, chase them and offend them; and they will respond with the most beautiful sermon, with the meek silence of those who are not naive enough to not understand or arrogant to overwhelm.

One day those same opponents will search for them because they will try to turn they sight to the Pierced one: “We’ve been looking for you becasue your way of doing made us convinced of the truth that you announced”.
Yesterday them, the Church today. Preach to everyone, without exception.

The disciples as messengers of God in the history. Grace will make them graceful and they tell him when there will be no story to tell. With a warning not negligible: they held no purse, no bag, no sandals. But a friend yes! Without things, but not without friends.

Two by two they will knock at the doors of the world. Because when the man will be hungry, a piece of bread will be found; when man will be tired he can find a shoulder to hold on.

XVI   Domenica T. Ordinario Chiesa, dove sei? Cristo ti sta cercando – Mc 6, 30-34                                                                     (don Marco Pozza)          “Come pecore senza pastore” e pure sfinite…

Gli apostoli, partiti senza bisaccia né bastone ma solo con un amico per compagno, raccontano al Rabbì l’accaduto, i miracoli accorsi lungo le strade di Palestina, i barlumi di Regno organizzati nelle fessure della vita quotidiana.

Gesù li rincuora, li ascolta, li obbliga al riposo: “Venite in disparte voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un pò.” Non avevano nemmeno il tempo di mangiare, la gente li cercava, li inseguiva ovunque. Gesù li ammaestra, li fa sedere alla sua amabile presenza e li rincuora.

Si commuove della loro spossatezza e s’accorge che il gregge è rimasto orfano dei pastori e nota subito, per quella capacità inimitabile di leggere le sfumature sul volto di ognuno, che non esiste la folla per Lui, esiste la creatura uscita dalle sue mani, quell’unico e irripetibile mistero di tenerezza. S’accorge che sono senza pastori… Anche oggi, nella Chiesa, mancano i pastori… ci sono ma forse non svolgono bene il loro compito. Si da più importanza a rigide regole che alla creatività. Al bastone dell’autorità che all’autorevolezza.

Alla tradizione e al servilismo dell’obbedienza che alla novità suscitata dallo Spirito. Al “si è sempre fatto così” che a “tentare di prendere il largo”. La stanchezza prevale sulla fantasia?

Il management sulla pastorale? L’abitudine sulla passione? Il rattoppo sul ricamo? Non mancano i funzionari, ce ne sono sin troppi: manca la passione del pastore. E il gregge l’avverte. Si disinnamora, si sfiducia, si dimette. Impazzisce e sogna di diventare lui pastore: s’appropria del bastone, imita la voce, s’accolla la responsabilità della distruzione. E così nasce un gregge di pastori senza pecore.

“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore” (Ger 23,1-6). Ovvero guai a coloro che giocheranno al cristianesimo. Perché se le pecore sono sfinite e senza pastore, forse è anche perché sono subentrati altri interessi che non sono in sintonia col Vangelo. Quello che s’è udito agli orecchi, il Vangelo comanda di annunciarlo sopra i tetti, perché tutti lo ascoltino. Dai tetti in su. Ma anche dai tetti in giù: nel caso qualcuno abbia dimenticato la funzione del pastore.
Meno male che Gesù è sempre quaggiù, con noi.

Church, where are you? Christ is looking for you       “Like sheep without a shepherd” and too exhausted …
The apostles, left without scrip or stick, but only with a friend as companion, tell the Rabbi  what it happened, they told Him about the miracles rushed along the streets of Palestine, the glimmers of the Kingdom organized in the cracks of daily life.
Jesus heartened them, listens to them, forces them to rest: “Come away by you alone, in a desert place, and rest a while.” They had no time to eat, people were looking for them, they followed them everywhere.

Jesus teaches them, makes them to sit at His amiable presence and heartened them.
He Recoils of their exhaustion and He realizes that the flock was orphaned of shepherds and immediately notice, for that unique ability to read the nuances on everyone’s face, that there is no crowd to Him, there is the creature came from his hands, that unique and unrepeatable mystery of tenderness. He realizes they’re without shepherds … Even today, in the Church, we’re lacking pastors … but maybe they are not performing their task well.

They focus on rather strict rules than creativity. To  the  authority stick than authoritativeness. In the tradition of obedience and servility instead of the novelty inspired by the Spirit. To “it has always been done this way” than “groped to take off.” Fatigue prevails on fantasy?

The management on the pastoral care? The habit on the Passion? The patch on the embroidery? No shortage of officials, since there are too many: it lacks some  passion of the shepherd. And the flock warns. The folks lose their passion,get resigned. They get crazy and dream to become a shepherd: they get the stick, imitate the voice, they get responsibility for destruction. And so it was born a flock of sheep without shepherds.
“Woe to the shepherds who destroy and scatter the sheep of my pasture. Saith the Lord” (Jer 23,1:6). Or woe to those who play to Christianity. Because if the sheep are helpless and without a shepherd, perhaps it is also because they are taken over other interests that are not in tune with the Gospel. What has been heard into hears, the gospel commands us to announce it over the rooftops for all to hear. Roofed over. But also from the roofs down: in case anyone has forgotten the role of pastor.

Good thing Jesus is always here, with us.

XVII Domenica T. Ordinario Il “poco” diventa “tanto” – Gv 6, 1-15 ( don Marco Pozza)

Domenica scorsa la gente aveva sete di parole, oggi ha fame di cibo. Oltre ad essere senza pastore, le pecore sono anche affamate. Lo intuiscono i discepoli che avvertono un pizzico d’angoscia perché un popolo affamato crea tanta preoccupazione. L’avverte Gesù quell’angoscia nel cuore dei suoi amici e insegna loro a gestire un’emergenza: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Lo chiede Lui, la stessa Voce che fra poco sussurrerà al Cielo ricevendo una risposta moltiplicata e inaspettata. Lo chiede perché vuol far loro capire che non c’è da temere, loro hanno già tutto: c’è Lui, c’è la smisurata sproporzione tra ciò che tengono e ciò che servirebbe, c’è il contesto giusto per ammaestrare il popolo, e loro stessi, alla logica del Cielo.  

“Fateli sedere”: è un comando amabile. La richiesta di pane arriva alle orecchie di un ragazzo con cinque pani d’orzo e due pesci, sembrano poco più di nulla: oltre cinquemila gole attendono di essere saziate. Eppure è il poco del granello di senape, il poco della vedova nella penombra del tempio, il poco dell’età del pastore Davide o del Giosuè condottiero. Il poco di Maria, umile donna di periferia. Il poco che contiene il tutto qualora accetti di lasciarsi giocare dalle mani giuste. Tutti notavano la sproporzione, “ho poco più di nulla, ma è sempre meglio di niente, proviamoci”.  

Alza gli occhi il Maestro: occhi capaci di immaginare una storia diversa. La merenda diventa sazietà: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Temevano il linciaggio per mancanza di cibo, sono indaffarati a raccattare il superfluo. Con un’inattesa scoperta: ogni cosa dipende dalle mani nelle quali si trova.   

Figurarsi: adesso lo vogliono fare Re! Perché un Uomo così risolve i problemi ad oltranza, spiana la strada, assicura il futuro a più generazioni. Nasce qui, sul limitare di un campo pieno di gente con la pancia piena, il fraintendimento che condurrà l’Uomo della Moltiplicazione al patibolo del Calvario. Lui chiede il poco – dei talenti, delle forze, dell’intelligenza – per compiere il miracolo dell’esuberanza. La gente capisce il contrario: “Abbiamo finito di tribolare, questo facciamolo Re”. E’ dai tempi di Erode che un Dio fantoccio raccoglie consensi ad oltranza; ma non è Gesù dei Vangeli. Quello che non sarebbe poi così difficile da seguire perché non chiede troppo e, ad essere sincero, non chiede nemmeno molto. Chiede semplicemente tutto. Per farci capire che forse quello che cerchiamo altrove è già in mano nostra. Il resto dipende dalle mani di coloro coi quali sceglieremo di collaborare. Cinque pani e due pesci: non sembravano nulla in principio.  

Basterebbe aver fede.

The “little” that becomes “a lot” Last Sunday people had a thirst for words, today they’re             hungry for food.
In addition to being without a shepherd, the sheep are also hungry. The disciples sensed  a bit of anxiety because a people hungry creates much concern. Jesus also warns some anguish in the hearts of his friends and teaches them how to handle an emergency, “Where shall we buy bread for these people to eat?”. He asks that, with the same voice that soon will whisper to Heaven for receiving a multiplied and unexpected response. He asks because he wants to make them understand that there is no fear, they have it all: He is there, there is the huge disproportion between what and what would take, there is the right environment for teaching the people , and themselves, to the logic of Heaven.
“Make them to sit down” is a lovable command. The demand for bread comes to the ears of a boy with five barley loaves and two fishes; they seem little more than nothing: more than five thousand gorges await to reduce hunger. Yet it is the little of the mustard seed, the little widow in the shadow of the temple, the age of the little shepherd David or Joshua the leader. The little Mary, a humble woman of the suburbs. The little that has everything into it if you agree to let play the right hands. Everyone noticed the disproportion, “I have little more than nothing, but it’s better than nothing, let’s try.”
The Master looks up: eyes able to imagine a different story. Snack becomes satiety: “Gather up the fragments, that nothing be lost.” They feared being lynched for lack of food, they are busy to pick up the superfluous. With an unexpected discovery: everything depends on the hands in which it is located.
Imagine: now they want to make Him King! Because a man like Him, He  solves problems to the bitter end, paving the way, ensures the future generations. Born here, on the edge of a field full of people with a full stomach, the misunderstanding that will lead the man to the gallows of the Multiplication to the Calvary. He asks the little – talent, force, intelligence – to perform the miracle of the exuberance. People understand exactly the opposite: “We ran out of tribulation, let’s do this the King.” And it is from the Herod’s days that puppet-God  collects consents to the bitter end; but is not the Jesus of the Gospels. That one woudln’t be so hard to follow because He doesn’t ask too much and, to be honest, He does not even ask a lot. He asks simply everything. To make us to realize that maybe what we’re looking for  elsewhere is already in our hands. The rest depends on the hands of those with whom we choose to work together with.
Five loaves and two fish: not seemed nothing in principle.It would be enough to have faith.

XVIII   Domenica T. Ordinario Signore, dacci sempre il tuo pane – Gv 6, 24-35

(da un commento di Mons. Antonio Riboldi)  Il Vangelo di oggi presenta il discorso di Gesù, nella sinagoga di Cafarnao, per spiegare il significato della manna nel deserto ma parla anche dell’importanza della fede in Cristo che è l’inviato di Dio.

Gesù, infatti, porta l’ultima rivelazione ed apre la via che conduce a Dio.

Colui che segue Gesù con fede, che entra con Lui nella comunità mediante il battesimo, che prende Gesù come modello e lo ascolta, troverà attraverso di Lui la verità che sazia la fame di vita. Perché questa verità è Dio stesso che, attraverso Gesù Cristo, offre a tutti gli uomini, la possibilità di condividere la sua vita.
Questa verità è presente e può essere colta nella parola e nell’esempio di Gesù, ma soprattutto nella sua figura, perché egli è la Verità, è la Via ed è la Vita di Dio in persona!

Possiamo facilmente immaginare la scena che il Vangelo descrive oggi.
La folla era stata saziata dal grande ed inaspettato miracolo della moltiplicazione dei pani. Aveva quindi intravisto la possibilità di trovare in Gesù una certezza materiale, per il proprio futuro: Gesù, in un modo o in un altro, avrebbe risolto i problemi quotidiani, quelli che ancora oggi affliggono tragicamente singole persone, famiglie intere o Nazioni. Gesù parla del pane, fonte della vita. Non dimentica l’urgenza del pane, per coloro che hanno fame, ma neppure vuole che ci si fermi alla dimensione materiale, pur necessaria…

Il suo discorso va oltre la vita terrena e mira direttamente al pane che dona la vita eterna: una necessità nutrirsi del pane materiale, altro è nutrirsi del Pane del cielo. Lo conosciamo tutti quel pane, che è l’Eucaristia: Gesù stesso che si fa Pane della Vita. Una vita che va oltre quella provvisoria dell’esistenza terrena, oltre la morte: la vita eterna con Lui.
Eppure, se ci guardiamo attorno, tanti di noi, che pure si dicono credenti, fanno fatica anche solo a pensare che la Comunione possa essere il gran nutrimento dell’anima. È difficile anche solo entrare nella profondità di questo Dono del Cielo. Genera come uno stordimento, anche solo pensare che quella piccola Ostia, che a volte, o ogni giorno riceviamo, sia davvero Gesù in persona. Per grazia di Dio ci sono però tanti per i quali il Pane del Cielo è davvero il nutrimento della vita interiore e non riescono a viverne senza.
Poteva Gesù farci un dono più grande? Sicuramente No. Ma allora perché un tale dono è così poco apprezzato?
Credo davvero che dobbiamo chiedercelo e cercare di darci una risposta, se così fosse… chiedendo la grazia di comprendere che fare dell’Eucaristia il nostro cibo è dare pienezza di senso, di forza e di serenità alla nostra esperienza umana quaggiù, per prepararci, fin da ora, a ‘vivere di Dio’… cosa potremmo desiderare di più?

Lord, evermore give us your bread

Today’s Gospel presents Jesus’ s speech in the synagogue of Capernaum, to explain about the meaning of the manna in the desert, but also to talk about the importance of faith in Christ who is God’s messenger.

Jesus, in fact, He brings the latest revelation and opens the way that leads to God.
Whom is following Jesus with faith, Who enters with Him in the community through baptism, which takes Jesus as a model and he listens to Him , he will find the truth that satisfies the hunger for life just through Him. Because this truth is God himself who, through Jesus Christ, He offers to all the people, the chance to share His own life.

This truth is present and it can be taken in the word and example of Jesus, but especially in His figure, because He is the truth, He is the Way and He is the Life of God himself!
We can easily imagine the scene that the Gospel describes today.

The crowd had been satisfied by the great and unexpected miracle of the loaves. They then saw an opportunity to find in Jesus a material certainty, for their future: Jesus, in one way or another, He would have solved everyday problems, the ones that still tragically afflict individuals, families and entire nations. Jesus speaks of the bread, the source of life. He doesn’t forget the urgency of bread, for those ones who are hungry, but He does not even want us to stop at the material dimension, while necessary …

His speech goes beyond the earthly life and aims directly to the bread that gives eternal life: a need to get the material bread, another thing is to get nourished by the bread of heaven. We all know that bread, which is the Eucharist: Jesus who makes Himself the Bread of Life.

A life that goes beyond the temporary earthly existence after death: eternal life with Him. Yet, if we look around us, many of us, who also call themselves believers, are struggling to even think that Communion may be the great food of the soul.
It’s hard to even get into the depth of this gift of Heaven. Generates as a stunning, even to think that that little Host, that sometimes, or daily we receive , It is really Jesus in person. By the grace of God, however, there are many for whom the Bread of Heaven is truly the nourishment of the interior life and can not live without it.

Could Jesus make us a greater gift? Surely No. So why such a gift is so underappreciated? I really think we have to ask us and try to give us an answer, if so … asking the grace to understand that make the Eucharist our food is to give full meaning, strength and serenity to our human experience down here, to prepare , as of now, to ‘live God’ … what could we wish for?

XIX   Domenica T. Ordinario Pensare quant’è bello! (Maledetta gelosia) Gv 6, 41-51 (Commento di don Marco Pozza) Gesù, dotato di fascino travolgente, di primo acchito tramortiva la gente con la sua bellezza inimitabile ma ciò che conquistava gli animi erano le sue parole che producevano ciò che dicevano: “Guarda!” e il cieco ci vedeva, “Cammina!” e lo storpio si raddrizzava, “Guarisci!” e il malato guariva.

Un giorno lo vollero fare re convinti che “questo ci risolve tutti i problemi”. La folla lo acclama, Lui sgattaiola via; le pance piene lo additano come mago, Lui fugge e si ritira a pregare tutto solo.

La gente non lo capisce, Lui riparte ogni volta da zero lasciando il ricordo di quella sua unica Bellezza, tra le vie della Palestina.

Non lo compresero appieno neppure coloro che gli passarono accanto, nemmeno coloro che assieme condivisero pani, pesci e speranza.

Non lo capiscono i paesani, l’hanno frainteso pure i suoi, l’hanno minacciato di gettarlo dal precipizio.

Perché va bene tutto ma questo proprio no:  “il pane disceso dal cielo” non può essere il figlio del carpentiere Giuseppe e della lavandaia Maria, non c’è carisma, né charme…

Non può essere che Dio si sia nascosto tra le viuzze nazarene, all’imbrunire del sole o al calare della pioggia a loro insaputa. Dio, qualora fosse tale, deve essere quello che avevano immaginato da sempre nella loro mente. Un altro Dio sarebbe difficile da digerire: significherebbe mettere in discussione l’immagine di Dio che ci si è creati, dover rileggere passi della Scrittura e capire che la fede è un eterno cammino da percorrere e ripercorrere.

Venne Lucifero, esperto conoscitore della gelosia, e ne offuscò la primordiale Bellezza. Il mondo gli dette credito: uccisero l’autore della Vita perché la Bellezza faceva paura. Lui tornò, lo avvertirono in tanti in quei lunghi mille giorni di peripezie: è la gelosia che impedisce di scrutare il mondo dalla postazione di Dio.

Nacque lì, all’incrocio tra gelosia e menzogna, quella spavalda immagine moralistica di Dio e della sua proposta d’amore. Il suo era e rimane semplicemente l’invito ad una vita luminosa. Tutt’altra cosa capirono gli uomini e lo uccisero.

Lo uccisero per gelosia: era troppo quel Pane che prometteva sazietà, al mondo bastava molto meno.

Ieri, hodie et semper.

Think…How beautiful He is ! (Damn jealousy) Jesus, with overwhelming charm, at first glance he                     was impressing people with its unique beauty, but what it                        was winning over the hearts were His words that produced what they said: “Look!” and the blind man saw all, “Walk!” and the lame are straightened, “Heal!” and the sick healed.

One day They wanted Him to solve “all of their  problems.”
The crowd acclaimed Him, He sneaks away; Full bellies pointed to Him as a magician, He escapes and withdraws to pray alone.
People do not understand him, he starts from scratch once again every time, just leaving the memory of that unique beauty of His, among the streets of Palestine.
Neither those ones that passed so close to Him did understand Him, even those thet , together, they shared breads, fish and hope.

Neither the the villagers did, Also His people misunderstood Him and they threatened Him to throw him off the cliff. Because everything is fine but definitely not this one: “the bread that came down from Heaven” it cannot be the son of the carpenter Joseph and Mary laundress, no charisma in Him, no charm either…

It can not be that God has hidden Himself among the Nazareth streets, at the sunset or dwan with no previous notice. God, if It was such, must be the one who they had always imagined in their own minds. Another God would be difficult to digest: it would undermine the image of God they created, also to read once again the passages of Scripture and understand that faith is an eternal way to go and retrace again.
Then Lucifer came, he is an expertise of jealousy, and he obscured the primordial beauty. The world gave him credit: they killed the author of life because Beauty was scary. He returned, He came back and they felt Him in those long one thousand days of adventures: Is jealousy that prevents us to scrutinize the world from the position of God.
It borned there, at the intersection of jealousy and lies, that bold moralistic image of God and of His proposal of love. His was and is simply still is, an invitation to a brighter life. Quite completely another thing men understood and so they killed Him.

They killed him out of jealousy: It was too much that Bread promising satiety, the world needed  a lot less.Yesterday, hodie et semper.

XX Domenica T. Ordinario Un Pane vivo: il Pane nuovo – Gv 6, 51-58     (Commento di don Marco Pozza) Sarebbe interessante sapere cosa compresero gli apostoli che avevano avuto parte di quel Corpo e Sangue per la prima volta: “Prendete, questo è il mio corpo”, “Prendete, questo è il mio sangue”. L’apostolo Giovanni, che posò il suo capo sulla spalla del Figlio dell’Uomo, custodirà per sempre ogni parola.

Donare se stesso è il più grande dono che Gesù potesse fare e ci fa comprendere di quale amore siamo amati.

Per un triste e prezioso privilegio, il peccatore ha bisogno dell’amore che più lontano lo insegua e più dal basso lo risollevi. Noi amiamo Gesù perché Lui per prima ci ama.  Essere partecipe in presa diretta di un Cristo che cerca nascondiglio nel tuo petto, che s’insinua nei tuoi pensieri, che sveglia il tuo torpore.

L’eucaristia! L’emozione di un Dio che ti raggiunge come sei: peccatore e schiavo, menefreghista, codardo e marcio, sporco, splendido e irriverente. Stupito, stupido o ignavo. Non importa: Cristo entra! “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”  (Gv 6,51).

L’Eucaristia è lasciarsi andare, afferrare e strapazzare dall’onda di Gesù Cristo. Percorrere sentieri inediti, tracciare percorsi di fantasia, capovolgere i programmi. Chi celebra l’eucaristia si sente più libero, sa d’essere uomo ma non più uomo. Sa di non meritare l’eucaristia – “O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa…” – ma conosce quell’abbraccio che ti fa ripartire, che ti rimette in cammino, che traduce la debolezza in potenza inaudita. Bisogna desiderare la comunione con Dio con la stessa intensità con cui si ha bisogno dell’aria che respiriamo.

Chi crede nell’Eucaristia non sta con le mani giunte, ma tiene le maniche rimboccate. Se la testa è leggermente inclinata non è per deviante misticismo, ma per intraveder nelle fessure strade nuove in cui lanciarsi. Perché nel profumo di quel pane spezzato annusa la forza del sogno. Diventa un insoddisfatto, un insofferente delle mezze misure, uno deciso a perdere tutto pur di tentare l’avventura della nudità più povera di fronte a Dio e, per questo, sognare è un dovere.

Quando nel mondo è accaduto qualcosa di nuovo, è avvenuto grazie a dei sognatori terribili, inguaribili, che si ostinavano ad immaginare una realtà diversa, nuova, fuori dalla banalità. M’affascina da sempre la gente che, celebrando l’eucaristia, ha immaginato un modo diverso d’essere uomini, preti, liberi: di innalzarsi e abbassarsi, di costruire, distruggere e ripartire.   D’essere pazzi per Dio! Se sei uomo eucaristico avverti la possibilità di tentare imprese nuove.

A living Bread: a New Bread It would be interesting to know what the apostles                understood out of they to be part of the “Body and Blood” for the first time: “You Take; this is My body”, “You Take; this is My blood.” John,the apostle, who rested his head over the shoulder of the Son of Man, will keep forever every word.
To Give Himself to us it is the greatest gift that Jesus could do to us and it makes us understand what love we are loved.
For a sad and precious privilege, the sinner needs love that chase him from farther and uplift him from down below. We love Jesus because He first loved us. Being a live participant of a Christ who tries hiding in your chest, that creeps into your thoughts, waking up your numbness.

The Eucharist! The emotion of a God who reaches you as you are: a sinner and a slave, uncaring, cowardly and rotten, dirty, beautiful and irreverent. Astonished, stupid or indolent. No matter: Christ comes in! “I am the living bread come down from heaven. If anyone eats of this bread will live forever” (Jn 6,51).

The Eucharist is letting ourself to go, grab and scramble from the wave of Jesus Christ. To follow unpublished paths, ftracing fantasy routes, flip programs over.

Who celebrates the Eucharist feels free, he knows to be a man but not man anymore. He knows he does not deserve the Eucharist – “O Lord, I am not worthy to receive you …” – but knows that embrace that make him to star again , that will set you on the road, which turn weakness into unprecedented power. We mut desire the communion with God with the same intensity that you need the air we breathe.
Those who believe in the Eucharist is not staying with folded hands, but he keeps the sleeves rolled up. If the head is slightly tilted it is not for deviant mysticism, but to seek for new roads into the slots. Because in the scent of the broken bread he smells the power of the dream. Become a dissatisfied, an impatient half measures, one decided to lose anything to groped the adventure of poorest nudity  in front of God and, for that, dreaming is a duty. When in the world is something new happened, it happened thanks to terrible, incurable dreamers, who strongly imagined a different reality, new, beyond the commonplace.
I’m always fascinated by people that, when celebrating the Eucharist, they imagine a different way of being men, priests, free: to rise and fall, to build, destroy and divide.

To be crazy about God! If you are an “Eucharistic man” you must  groped new businesses.

XXI   Domenica T. Ordinario  L’autore della gioia – Gv 6,60-69 (Commento di don Marco Pozza)

Dopo il discorso di Gesù, molti tra i discepoli si allontanarono; probabilmente Gesù se lo aspettava,       immaginava la loro stanchezza, l’asprezza e l’incognita di quella Parola loro affidata. Popolo di pescatori, lo      sbaraglio divenne ben presto il loro lago di pesca dopo essersi imbattuti nella voce di un Uomo d’amabile presenza. Era capitato tutto così improvviso una mattina come altre: Gesù li aveva notati tante volte immersi nei loro lavori e abitudini, li guarda e li chiama. Li toglie dal torpore e li lancia su un futuro diverso. Un pugno di parole e il lago apparve piccolo ai loro occhi di sognatori: andarono e videro dove abitava e da quel giorno condivisero casa, spese, sogni e tanta di quella gioia da diffonderla in tutta la regione. Andrea lo dice a Pietro, lo viene a sapere Natanaele, pochi passi più avanti è chiamato lo strozzino Matteo; poi Giacomo e Giovanni… Francesco, Teresa, Edith, Luigi, Ambrogio e Filippo fino a me, forse pure fino a te. Gente che infiamma perché Qualcuno ha infiammato prima loro, ha dato la Vita e li ha convocati, fino a mostrare l’insopprimibile esigenza che alberga nel cuore dell’uomo: quella di mettersi in gioco.

Il loro esserci per il mondo sarebbe stato un donare la loro vita, l’amore e la presenza. Perché di loro non rimanesse il fiatone ma il ricordo di qualcuno che li amava. Anche tra i discepoli questa domenica serpeggia il malumore, nascono le prime insinuazioni sull’invalidità della Croce, s’ingigantisce quel fraintendimento che da più parti veleggiava. Tanto che Gesù ha dovuto dire loro la verità, senza tentativo alcuno di mercanteggiare la loro fiducia:  “forse anche voi volete andarvene?”

Libero Lui e liberi loro perché nelle strade del Vangelo non ci può essere gioia senza libertà. Lui mise in conto che qualcuno non avrebbe retto, che altri si sarebbero stancati, che qualcuno poi cedesse strada facendo. S’arrestava e rilanciava loro il comandamento della libertà. Fino a far nascere dentro di loro – esperti di conti, baratti e guadagni –la domanda: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Dopo un’esperienza di familiarità con Lui, lo scelsero ad oltranza perché in Lui era la Gioia, oltreché la Vita. Era la Gioia quella che sarebbero andati urlando e cercando.Sbaglieranno ancora: uno su tutti, Pietro. Ma Lui mai lo svergognerà. E Pietro, per ripagare, non si fermerà. Nonostante la prigionia, le bastonate, la persecuzione: oramai è una roccia.

Il Maestro, puntando sui suoi pregi, l’ha trasformato: avesse puntato sui difetti l’avrebbe svergognato. Lui e tanti altri dopo di lui. Fino a me che, inginocchiato, avverto il frastuono di quella domanda:  “forse volete andarvene anche voi”? Ci penso e lo guardo; ci penso e tento la risposta. Ci penso e taccio. Anzi no; merita una risposta:  “sto con Te, Signore. Mi mancheresti troppo”.

The author of the joy   After the speech of Jesus, many of his disciples went away; Jesus probably expected it, imagined their fatigue, the bitterness and the uncertainty of that Word to them. People of fishermen, the fray soon became their fishing          lake after they came across the voice of a man with amiable presence. Everything it happened so sudden, one morning like the others: Jesus had noticed them so often immersed in their work and habits, He looks at them and calling them. He removes them from the torpor and throws them on a different future. A handful of words and the lake appeared smaller in their eyes of dreamers: they went and saw where He lived and from that day they shared home, expenses, dreams and much of that joy to spread throughout the region. Andrew says it  to Peter, Nathanael finds out either, a few steps further he is named the loan shark Matthew; Then James and John … Francis, Therese, Edith, Luigi, and Philip Ambrose up to me, maybe even up to you. People flashing because someone flashed them before, He gave them life and called them up to show the irrepressible need that dwells in the human heart: to get involved.
Their being to the world would be giving their lives, love and presence.   Because of them would not remain out of breath but the memory of someone who loved them. Even among the disciples on Sunday  moodiness winds, they born the first insinuations of the Cross Disability, that misconception by many that sailed, it becomes bigger. As much as  Jesus had to tell them the truth, without any attempt to bargain their trust: “perhaps you also go away?” Free Jeses and free them  because  in the streets  of the Gospel there can be no happiness without liberty.

He put in account that someone would not hold, that others would get tired, then gave way that someone along the way. He stopped and relaunched them the commandment of freedom. To give birth inside of  them – experts in accounts, barter and gains -the question: “Lord, to whom shall we go? You have the words of eternal life”.

After an experience of familiarity with Him, they chose Him to the bitter end because He was the joy, as well as the Life. Joy was the one that would go screaming and trying.
Make a mistake again: one for all, Peter. But He never put him to shame. And Peter, to pay back, it will not stop. Despite his imprisonment, beatings, persecution: He now is a rock. The Master, by focusing on its strengths, has transformed him: Should he focused on the flaws then He would put him to shame. He and many others after him. Up to me that, kneeling, I feel the roar of the question: “Perhaps you also go away?” I Think and I look at it; I look and I try to answer. I look and I am silent. No. He deserves an answer: “I’m with You, Lord. I would miss you so much.”

XXII Domenica T. Ordinario  

La verità dell’uomo è nel suo cuore   Mc 7, 1-8.14-15.21-23 – Mons. A. Riboldi

Gesù bolla l’ipocrisia con dure parole e mette a nudo il nostro cuore, dal quale traggono origine il bene e il male. Per cuore intendiamo il centro dei progetti, che il Signore ha depositato in ciascuno di noi: un bene che ha origine dal Suo stesso cuore e si esterna nelle azioni o nelle parole, negli sguardi, coinvolgendo tutto quello che siamo.
E’ facile incontrare persone che – lo si nota subito – hanno la chiarezza di cuore in quello che dicono o fanno. Seguire “la legge del cuore” – che dovrebbe essere la norma dei nostri comportamenti – è lo stesso che “seguire la legge dell’amore” che Dio dona a noi che, “con tutto il cuore”, lo doniamo agli altri.
Dio solo sa quanto ci sia bisogno che tutto quello che facciamo, diciamo, doniamo agli altri, sia l’espressione di un cuore semplice e pulito! È come donare un raggio di cielo, anche solo con uno sguardo, una parola.
Però è difficile mantenere pulito il cuore dalle tante tentazioni che si hanno.
Occorre una disciplina costante come quella dei santi.
Spesso ci difendiamo stupidamente con l’ipocrisia, ossia a fermarci solo a ciò che appare, ma che ha alcun senso se non è ispirato dalla sapienza del cuore. Tante volte siamo abituati a nascondere dietro i nostri atteggiamenti, apparentemente irreprensibili, vere mostruosità. Certi silenzi ‘educati’ o certe ‘mezze frasi’ sono, a volte, e spesso lo sono, schiaffi sferzanti indirizzati a fare il più grande male possibile.
Certe giustizie esteriori sono solo vere coperture a grandi ingiustizie. Certe condotte irreprensibili altro non sono che raffinati modi di tenere nascoste coscienze che sono veri letamai. Tutto questo Gesù la chiama ipocrisia.
Liberarci dal male dell’ipocrisia e rendere libero il cuore di aprirsi al bene, non significa solo cercare di avere una condotta buona davanti agli uomini, osservare tradizioni e modi di pensare umani, ma è soprattutto avere il vestito pulito di ciò che siamo dentro. Se infatti interiormente siamo ‘luce’, questa si rifletterà ‘fuori’.
“Santa Maria, Madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice, che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze. Ottienimi un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione.
Un cuore fedele e generoso, che dimentichi alcun bene e serbi rancore d’alcun male.
Donami un cuore dolce e umile, che ami senza esigere di essere riamato.
Un cuore contento di scomparire in altri cuori, sacrificandosi davanti al tuo divin Figlio. Dammi un cuore grande e indomabile, così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere, nessuna indifferenza lo possa stancare.
Donami un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo Amore, con una ferita che si rimargini in Cielo”.
(L. Grandmaison)

The truth of man is in his heart Jesus bubble hypocrisy with harsh words and exposes our hearts, from which originate the good and the bad things. With Heart we mean the center of the projects,       which the Lord has deposited in each of us: a good that originates from His own heart and in the external actions or words, in looks, involving all that we are.
That’s easy to meet people – you can see it immediately – that have the clarity of heart in what they say or do. Follow “the law of the heart” – that should be the norm of our behavior – is the same as “follow the law of love” that God gives us that, “with all my heart,” I give to others.
God knows how we need that everything we do, say, give to others, be the expression of a clean and simple heart ! It’s like giving a ray of sky, with either just a look or  a word.
But it is difficult to keep our heart clean from the many temptations that we have.
We need a constant discipline as the one of the saints.
Often we stupidly defend ourselves with hypocrisy, that is to stop only at appearances, but that makes no sense if it is not inspired by the wisdom of the heart.

So many times we used to hide behind our attitudes, seemingly blameless, true monstrosities. Certain silences ‘educated’ or certain ‘half-sentences’ are, at times, and often are, stinging slaps directed to make the greatest possible evil.
Some exterior justices are just true covers to great injustices. Certain blameless behaviour are nothing but refined ways to conceal consciences that are true dung. Jesus calls all this hypocrisy.
Deliver us from the evil of hypocrisy and freeing the heart to open to the good, not just mean to try to have a good conduct before men, observe traditions and ways of human thinking, but, above all, is to have a cleaned dress of what we are inside. Infact,  if we are inwardly ‘light’ inside , this will be reflected ‘outside’.
“Holy Mary, Mother of God,preserve me a childlike heart pure and clear as spring water. Obtain for me a simple heart, that does not fold to savor its own sorrows. Obtain for me a magnanimous heart in giving oneself, easy to compassion. A faithful and generous heart, to forget any good and rememberof no  harm.
Give me a sweet and humble heart , that would love without expecting to be loved in return.
A happy heart to disappear in other hearts sacrificing itself before Your Divine Son.
Give me a big and indomitable heart, so that it no ingratitude can close, no indifference it might get tired of.
Give me a heart tormented by the glory of Jesus Christ, wounded by His Love with a wound that heals in heaven. “ (L. Grandmaison).

XXIII Domenica T. Ordinario  

Apriti – Mc 7, 31-37

(commento di don Marco Pozza)       Il cristianesimo è anche occasione di stupore e meraviglia: il                   muto ritrova l’eleganza della parola, il cieco riacquista la sensualità della vista, il sordo riavverte l’eco dei rumori nelle gallerie dei suoi timpani e lo zoppo riassapora la dolcezza dei passi. Il tutto sotto gli occhi di una natura che è un’esplosione di vita: le paludi diventano sorgenti d’acqua cristallina, il deserto s’ammanta della freschezza dell’erba e la natura ritrova quell’alfabeto primordiale che dall’alba dei tempi è rimasta l’orma di Dio nelle strade di quaggiù. (Is 35, 4-7)

Vecchio seduttore il Dio cantato da Isaia; esperto conoscitore del lato sensuale dell’Amore Gesù pennellato nel Vangelo. Discreto e amabile, colorato e delicatissimo, da condurti in un luogo appartato e lontano dalla folla: perché il tuo deficit non divenga motivo di derisione alcuna.

Solo là, sul limitare di quella zona dove il Creatore s’appresta a restaurare la sua creatura, egli ti mette le dita nelle orecchie, ti tocca con la saliva, la lingua, alza gli occhi al cielo e pronuncia quella parola strana che d’allora è divenuta sinonimo di movimento e divertimento:  “Effatà”. Poche sillabe, la brevità di un suono che s’allarga sull’Infinito, il grido di battaglia della Vita: “Apriti!”. In un verbo all’imperativo il desiderio più recondito e manifesto che abita il cuore di Dio: che nessuna casa sia senza la festa del cuore. Un verbo che nell’italica lingua ha come sinonimi “accendere, allargare, allentare, bucare, agevolare, facilitare, scoppiare, liberarsi, nascere, sbocciare” e nell’alfabeto del Cielo questa domenica diventa sinonimo di “stupirsi, meravigliarsi, mettersi in gioco, allargarsi, alzarsi, lottare, gioire, sbranare la vita”.

Il Vangelo è l’unica aula scolastica dove abbinando tali sinonimi al verbo aprire non si rischia una plateale bocciatura ma l’esatto contrario: una meritata promozione per aver allargato lo sguardo sulle prospettive vertiginose di Dio.

Il Vangelo invita a spostarsi da una terra di rassegnazione ad una di beatitudine, ad abbandonare la sicurezza claustrale delle sacrestie per abitare il deserto sconfinato del mondo, per risvegliare quella sete d’infinito che palpita dentro il cuore della storia. Dell’uomo stesso, magari nascosto sotto un pugno di braci.

“Apriti (…) e poi non dirlo a nessuno”. L’uomo guarito compì una trasgressione in piena regola: perché solo l’uomo infelice riesce ad imprigionare la gioia dentro il cuore. Dal giorno in cui i Vangeli aprirono squarci di Luce quaggiù, certi uomini smisero di confondere quella di una torcia elettrica con la luce del sole e s’inabissarono in quella Luce che aprì loro gli occhi, riaccese in loro i passi, fece avvertire il suono del corno nei loro timpani assonnati.

Da quel giorno avversari e nemici inciamparono per troppo stupore:  “ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e fa parlare i muti”. Svegliò l’aurora perché iniziò a predicare il Vangelo della Vita: “in principio era la Bellezza”. Apriti!

Open up

Christianity is also the occasion of awe and wonder: the dumb finds back the elegance of the word, the blind man regains the sensuality of the sight, the deaf feels back again echoing noises in the galleries of his eardrums and the lame enjoys again the sweetness of the steps. All of that under the eyes of a nature which is an explosion of life: marshes become springs of crystal clear water, the desert coverest thyself freshness grass and nature finds back that primordial alphabet that is the footprint of God in the streets of this world from the dawn of time . (Is 35, 4:7)
The God sung by Isaiah is an old seducer ; Jesus brushe din the Gospel deeply knows about the sensual side of love. Discreet and lovable, colorful and delicate, to lead you to a secluded place away from the crowds, because your deficit would not become  derision for any reason.

Only there, on the edge of the area where the Creator is preparing to restore His own creature, He will put His fingers in your ears, He will touch you with his saliva, looks up at the sky and say the odd word that d ‘ It has since become synonymous with movement and fun: “Ephphatha”. Few syllables, the brevity of a sound that widens to the Infinite, the battle cry of a Life: “Be opened.”   A verb in the imperative, the most hidden and manifest desire  that inhabits the heart of God: that no house be without the feast of the heart. A verb the, into the Italian language, has synonymously “turn, enlarge, loosen, puncture, facilitate, ease, burst, break free, bud, bloom” in the alphabet of Heaven on this Sunday becomes synonymous with “wonder, wonder, get involved , widen, alzasi, struggle, rejoice, savage life. “
The Gospel is the only classroom where combining the synonyms of the verb “open” you do not risk a blatant failure but the exact opposite: a well-deserved promotion for having widened his eyes on the dizzying perspectives of God.
The Gospel invites us to move from a land of resignation to a blissful one, to abandon the security of monastic vestries to inhabit the endless desert of the world, to reawaken the thirst for the infinite that beats in the heart of the story. Of the man himself, perhaps hidden under a handful of embers.
”Open (…) and then not tell anyone.” The healed man performed a full transgression: because only the unhappy man manages to imprison the joy in his own heart. From the day that the Gospels opened bursts of light down here, some men stopped to confuse a flashlight with sunlight and they dove into that light and got their eyes opened, they got revived in their footsteps, they heard  the sound Horn in their sleepy eardrums. From that day all the opponents and enemies stumbled by the wonder too, “He has done all things well, He makes the deaf to hear and the mute to speak.” He awoke the dawn as He began to preach the Gospel of Life, “in the beginning was the Beauty”. Be opened!

XXIV   Domenica T. Ordinario La di Lui immagine – Mc 8, 27-35 (commento di don Marco Pozza)

Dopo il miracolo dei pani e dei pesci, Gesù lo volevano eleggere re ma, nel suo cuore però, da alcuni giorni aleggiava un altro interrogativo: “Chissà che immagine di Me s’è fatta la gente”. Questa domanda Gesù se l’era posta sin da quando qualcuno aveva mormorato a seguito di un linguaggio duro di Gesù che chiese loro:  “Forse volete andarvene anche voi?”.             

La risposta: “Da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna”,  a Gesù, non bastava perché egli desiderava preparare quella piccola comunità a non perdersi d’animo davanti alle spine, a non scoraggiarsi davanti alla Croce. Li aveva portati nella strada per togliere loro ogni illusione: a Cesarea, sotto il Cielo e soli coi loro pensieri.

Gli interessava sapere cosa la gente pensava di Lui, non per vanagloria o ambizione, ma per la premura che essi si facessero un’immagine giusta di Lui e del Padre:”chi dice la gente che io sia?”.

Chissà quali occhiate tra loro si davano i Dodici per raccontargli la confusione dei pensieri della gente:”alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri qualcuno dei profeti”.

Poi li fissa incrociando il loro sguardo. Prima gli altri, poi loro:  “voi, chi dite che io sono?” Perché se pure in loro l’immagine fosse offuscata, chi tramanderà quella giusta del Figlio di Dio? Gli apostoli tacciono, la paura di sbagliare è grande, forse qualche istante, poco di più; li anticipa Pietro, esperto di sbagli e di grandi pesche:  “Tu sei il Cristo!”. Vale a dire “sei il Tutto, sei il mio Dio, sei Tu e mi basti”.

Lui si volta verso l’amico pescatore e lo trafigge con lo sguardo:  “e tu sei Pietro, e su questa pietra metterò in piedi la mia Chiesa”. La costruzione edile più arrischiata della storia. Occorre, però, cambiare tutto: basta Cefa,  “ti chiamerai Pietro”. Gesù “Cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva soffrire molto e doveva essere ucciso e che sarebbe resuscitato il terzo giorno”. Sulla strada li aveva condotti per prepararli a quella profezia finora rimasta sulle sue labbra. Parla loro con precauzione, avanza pian piano, usa la dolcezza dei giorni migliori. Un intervento d’altissima chirurgia: è necessario correggere la di Lui immagine. A guardarli nel volto la loro ansietà aumentava, le loro labbra davano segni di tremito: “Che cosa dice costui?!” Pietro indietreggia a testa china. Gli altri non accennano a riprenderlo: ha parlato anche a nome loro.

Nacque lì, al crocevia di una strada polverosa, il primo passo di Giuda: non accettava più un Maestro debole e perdente. Gli altri ci pensarono a lungo, Pietro compreso. D’altronde la sfida era ardua tanto quanto la promessa:  “ti chiamerai Pietro” gli disse l’Amico. Pietro – nome trasformato da Lui – nasce per far sbocciare al centro della storia la di Lui nostalgia.

The image of Him – After the miracle of the loaves and fishes, They wanted to elect Jesus as king, but, in His heart, however, from a few days another question hovered: “Who knows what image of me people has made.”
Jesus wandered about this question since someone had whispered after a hard language of Jesus when He asked them: “Did you also go away?”.
The answer: “To whom shall we go? You have the words of eternal life”, To Jesus, this was not enough because He wanted to prepare that small community not to lose heart in front of thorns, not to be discouraged before the cross. He had brought them onto the street to remove every illusion out of them: in Caesarea, under Heaven and alone with their thoughts.
He was interested to know what people thought of Him, not for vanity or ambition, but for the care that they had the right image of Him and the Father: “Who do people say I am?”.
Who knows what glances among them the Twelve was exchanging to report Him about the confusion of the thoughts of the people: “Some say John the Baptist, others Elijah, still others one of the prophets.

“ Then fixing them by crossing their eyes. Before the other, then their “who do you say that I am?”
Because even if in them the image was blurred, who hand down the right of the Son of God? The apostles are silent, fear of failure is great, maybe a moment, a little more; Peter,an expert on mistakes and large peaches,  anticipates them all : “You are the Christ!”. that means “You are Everything, you are my God, You are You and for me it is enough.”
He turns to the friend fisherman and stabs him with His eyes, “and you are Peter, and upon this rock I will put up my church.” The more risky building construction of the history. It should, however, need to change everything: stop with Cephas, “You shall be called Peter.”
Jesus began to openly dsclose to his disciples that he must suffer a lot and He had to be killed and He would have been resurrected on the third day.” On the road He led them He prepared them for that prophecy  remained on His lips so far. He spoke to them with care, slowly proceeding ahead on it, use the sweetness of better days. An High surgical intervention to correct the image they have of Him. Looking at them on their faces their anxiety increased, their lips showed signs of tremor: “What does He say?!” Peter backs away with his head bowed. Others show no sign of resume: he also spoke on behalf of them. It borned there, at the crossroads of a dusty road, the first step of Judah that no longer tolerated a weak and losing Master.   Others thought about it for a long time, including Peter. Moreover, the challenge was difficult as much as the promise: “You shall be called Peter,” said the Friend. Peter – as transformed by Him – was born to bloom in the middle of the story, the nostalgia of Him.

XXV Domenica T. Ordinario   –

Chi vuol essere il più grande… – Mc 9, 30-37 (commento di don Marco Pozza)    Dalle sponde del lago nei pressi di Gerusalemme, Gesù parlò ai discepoli:  “il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Lui confidava loro, con delicatezza e premura, la sfida di Gerusalemme, l’ignavia della Croce, l’inedito del mattino di Pasqua.   Essi non capirono – ma discutevano su chi tra loro fosse il più grande. Rimasti un po’ indietro rispetto a Gesù, camminando, i discepoli erano in disaccordo tra loro e forse discutevano anche ad alta voce. Qualche frammento di discorso arrivò alle orecchie del Maestro, amabile e severo, che al momento fece finta di non sentire, forse, per non svergognarli in pubblico. Giunti che furono tutti in casa – al riparo da sguardi e orecchie indiscrete – Gesù affermò che anche i capelli del capo erano contati e chiese loro:  “di che cosa stavate discutendo lungo la via?” Presi in contropiede gli apostoli, forti d’anime allenate alla sincerità, tacquero.     Forte era il rischio di ripetere la figuraccia di qualche ora prima quando intervenne Pietro ricevendo lode e infamia.

Il Rabbì li guardò e un pizzico di malcelata compassione ne rigò lo sguardo: nel mondo li ha colti, serve ancora pazienza – e servirà pure perderne uno – prima di far loro comprendere che “tra voi non sia così”.

C’era un bambino sullo stipite della porta, Gesù si alzò, lo accarezzò e lo fece sedere innanzi ai discepoli che avevano occhi bassi e vergognosi e disse:  “chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome accoglie me”.

Li videro uscire con le orecchie basse: era la prima Chiesa nascente. Più che bozzetti di santi e stralci di principi, avevano i lineamenti di gente misera e meschina che pagò a caro prezzo la supponenza avanzata.

In quel crepuscolo di Cafarnao, emerse il lato umano della Sua Chiesa-Sposa: che n’avremmo fatto noi di splendidi e perfetti discepoli? Sarebbero serviti solo a farci svergognare delle nostre nudità e arrossire per le nostre piccolezze e, magari, in qualcuno sarebbe sorto il sospetto d’essere indegno di appartenere a quella truppa evangelica. Invece li volle così: del borgo, macchiati d’umano e nostalgici di Lui, scomposti e odorosi di strada.

Per raccontare che la Chiesa non è mai stata la comunità dei perfetti ma un manipolo di gente perdonata che, a sua volta, diverrà il paradosso e l’ambizione di un Uomo che dell’indegnità dei suoi figli non teme ripicca.

Quei figli che, apparentemente sornioni, se ne stanno ancora indaffarati sulla strada a borbottare su chi tra loro sia il più grande.

Who wants to be the greatest … From the shores of the lake near Jerusalem, Jesus spoke to His disciples: “The Son of Man is betrayed into the hands of men and they will kill him but, once killed, after three days He will rise again.”

He was entrusting them, with delicacy and care, the challenge of Jerusalem, the sloth of the Cross, the novel of Easter morning. They did not understand – but argued about who among them was the greatest. While a little ‘behind Jesus, walking, the disciples were at odds with each other and perhaps even arguing loudly.

Fragments of conversation reached the ears of the Master, lovable and severe, that at the moment, He pretended not to hear, perhaps, to not put shame on them in public. And once home – away from prying eyes and ears – Jesus said that even the hair of the head were numbered, and then He asked them, “what were you discussing on the way?” Caught out the apostles, strong of souls trained to sincerity, remained silent.

Strong was the risk of repeating the fool of a few hours earlier when Peter interjected receiving praise and infamy. The Rabbi looked at them and a bit of ill-concealed pity it streaked His eyes: He took them from the World, still need patience – and it will be useful even to lose one – before they could understand that “ye shall not be so.”
There was a baby on the door jamb, Jesus got up, He patted him and made him sit in front of the disciples who had eyes downcast and ashamed and said, “Whoever welcomes one such this child in my name the he receives me.” They saw them out with lowered ears: it was the first nascent Church. More than sketches of saints and excerpts of principles, they had the features of poor and miserable people, who paid dearly for their advanced arrogance.

In the twilight of Capernaum, it emerged the human side of His Church-Bride: What would us have been doing with beautiful and perfect disciple? They would serve only to make us got shamed of our nakedness and blushed for our pettiness and, maybe, someone would rise in suspect of being unworthy of belonging to the evangelical ranks. Instead He took them so: from the village, stained with humanity and nostalgic for him, disheveled and smelling of road. To tell that the Church has never been the perfect community but a handful of forgiven people who, in turn, will become the paradox and the ambition of a man who is not afraid  of the indignity of His children.

Those children that, apparently sly, they are still busy on the road to mutter about who among them is the greatest.

XXVI Domenica T. Ordinario

La Chiesa tra incenso e gelosia – Mc 9, 38-43.47-48 (commento di don Marco Pozza)  

Questa volta i discepoli sembrano avere, forse, un pizzico di gelosia per quella misteriosa energia che      sembra appartenere anche ad altri, a quelli che “non sono dei nostri”. Lo dice Giovanni a Gesù, forse con quel pizzico d’ingenuità tipica di chi ha il cuore ancora fanciullesco:  “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. Storie d’ambizioni più o meno dichiarate nel gruppo dei Dodici: gli amici di Lui sono loro e solo a loro dev’essere concessa la grazia di far rinascere la vita sopra le macerie. Stavolta, però, davanti a loro campeggia la figura di un grande Gesù, privo d’ogni traccia di gelosia, che li ammaestra ad un’apertura d’orizzonti:  “non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi”. Storia di un Uomo che nessuno volle ospitare nei giorni della nascita, del quale pochi osarono dichiarare l’amicizia sui sentieri vertiginosi del Golgota ma, nel pieno della sua fama terrena – in quei mille giorni che vanno dal lago di Tiberiade al Golgota – tutti desideravano farsi amico in segno di gelosa appartenenza. Come a dire: “Nessuno ce lo tocchi, è nostro”. Ebbe un bel da fare Lui, profondo conoscitore dell’animo umano, a spiegare loro che i confini vanno allargati, che gli steccati li hanno inventati quaggiù, che nelle praterie del cielo è cosa assai azzardata dividere gli uomini e le donne, i buoni e i cattivi, i “nostri” e i forestieri, i degni e gli indegni.

Di Lui, e del suo Spirito, nessuno potrà dire “è mio, è nostro” perché esso non sarà proprietà privata dei cristiani ma di tutti coloro che – pur distanti dall’aver conosciuto quel Volto – sapranno dare un bicchiere d’acqua in Suo nome.

Quant’è bella la fisionomia della Chiesa immaginata e organizzata dal Nazareno, quella presenza ospitale in cui c’è posto per tutti: per chi nella figura di Cristo ha posto la sua fede e per chi di Lui ha solo sentito parlare, per chi n’è convinto e per chi avverte curiosità, per chi cerca una conferma alle sue risposte e per chi cerca una domanda che accenda i suoi passi. Un luogo che tutti, spontaneamente, chiamerebbero casa, quello spazio intimo e familiare in cui ci si sente sicuri anche al buio. Quant’è distante oggi la nostra Chiesa da quell’idea…

La Chiesa – quella organizzata dagli uomini – non avrà niente da dire sulla morale fino a quando, coloro che ci ascoltano, non avranno provato il piacere di Dio nella nostra esistenza. Un barlume di piacere senza gelosia alcuna. Perché il Volto di quell’Uomo non conosce preferenza alcuna. Almeno Lui. Adesso ci appare chiara quella Croce che si sta stagliando all’orizzonte: l’Amore irrita la Storia.

The Church between incense and jealousy This time the disciples seem to have, perhaps, a hint                   of jealousy that mysterious energy that seems to belong to others, to those who “are not of us.” John says to Jesus, perhaps with a touch of naivete typical of those whose hearts are still boyish, “Teacher, we saw someone casting out demons in your name, and we forbade him, because he was not of us.”
Stories of  more or less declared ambitions in the group of the Twelve: Jesus’s friends are them and only them to be given the grace to revive life on the rubble. This time, however, in front of them is the figure of a big Jesus, devoid of any trace of jealousy, which teaches them to an opening of horizons, “Do not stop him; no one who works a miracle in my name, could soon afterwards speak evil of me. He that is not against us is for us. “ Story of a man that no one wanted to sleep in the days of the birth, which few dared to declare the friendship on the paths of Golgotha dizzying but, at the height of his fame on earth – in the thousand days between Lake Tiberias and Golgotha – all wanted befriend a sign of jealous belonging. As if to say: “Nobody touches Him, He is ours.” He had a lot to do, as deep knowledger of the human soul, to explain them that the boundaries should be extended, that the fences have invented them down here, that in the prairies of the sky is something very risky to divide men and women, the good and bad, “ours” and the foreigners, the worthy and the unworthy.

About Him, and His Spirit, no one can say “it’s mine, it’s ours” because it will not be private property of Christians but of all those who – even away from having known that Face – will give a glass of water in His name.
How beautiful  the face of the Church conceived and organized by the Nazarene is , the hospitable presence where there is room for everyone: for those, in the figure of Christ, has put his faith and for those who have only heard of Him, for those n ‘I believe and for those who feel curiosity for those looking for a confirmation of his answers and for those looking for an application that turns on its steps.

A place that everybody, spontaneously, would call home, that intimate and familiar space where you feel safe even in the dark. How far today our Church from that idea …
The Church – one organized by men – will have nothing to say about morality until, those who listen to us, they will not have experienced the pleasure of God in our lives. A glimmer of pleasure without any jealousy. Because the face of that Man knows no preference whatsoever. At least Him.
Now the Cross that is showing up on the horizon is clear: Love irritates the Story.

XXVII Domenica T. Ordinario

L’uomo non separi mai… Mc 10, 2-16  (da un commento di Mons. Antonio Riboldi)

l Vangelo di oggi chiarisce le idee sul sacramento del matrimonio, perché Gesù desidera, essenzialmente, offrirci la conoscenza della ragione del dono della vita che, ricordiamolo sempre, mira alla salvezza eterna. Lì c’è la risposta per ciascuno di noi, ossia l’invito alla felicità eterna.

E’ naturale che in tale risposta trovi la sua posizione ideale il matrimonio, che è la vocazione più comune alla santità: scelti, chiamati a vivere il gran dono della carità, giocandosi tutto l’uno per l’altra.

Tale dono realizza un’unione, che dovrebbe essere irreversibile, per l’eternità: un’unità che si costruisce lentamente, a volte facendo esperienza della croce.

Un tale amore è sempre condivisione della vita, anche nelle piccole scelte quotidiane, fino a diventare “carne della mia carne, ossa delle mie ossa”. L’amore nel matrimonio non può mai essere un evento occasionale della vita, da usare e gettare, ma richiede una virtù che oggi pare sconosciuta, la fedeltà: “fin che morte non ci separi”, per poi essere uniti un giorno per sempre.

Dio ha voluto che l’amore tra i coniugi diventasse un sacramento, ossia strumento di santificazione; ha voluto, in altre parole, dargli il senso delle cose sante, quelle in cui opera Lui stesso accanto all’uomo.

Per cui i coniugi sanno di poter contare su una “grazia di stato”, ossia sulla grazia del matrimonio, sacramento che fa superare tante difficoltà, ossia sentire Gesù farsi partecipe della vita matrimoniale.

Gesù, l’immaturità nell’amore, la chiama “durezza di cuore”: per questo Mosè aveva concesso il ripudio.   Si è immaturi nell’amore quando, a causa dell’egoismo, si vive da “io, e non da “noi“.

Come superare quest’ insidia contro l’amore e contro il matrimonio? Anzitutto conoscendo e rivalutando il ruolo dell’amore per viverlo senza soffermarsi solo sugli aspetti sessuali.

The man does not separate ever  Today’s Gospel makes it clear on the sacrament of marriage, because Jesus wants, essentially, offer us the knowledge of the reason for the gift of life that , let remember it always, it aims to eternal salvation. There, it lies the answer for each of us, that is an invitation to eternal happiness.
It is natural that marriage find its ideal location  in this response, which is the most common vocation to holiness: chosen, called to live the great gift of charity, fighting all for each other.
This gift creates a union, which should be irreversible, for eternity: a unit that slowly built, sometimes even experiencing the cross. Such love is always about sharing of life, even in small daily choices, to become “flesh of my flesh, bone of my bones.” Love in marriage can never be an occasional event of life, to use and throw, but it requires a virtue that seems strange today, “fidelity”… “until death do us apart”, and then one day be together forever.
God willed that the love between spouses became a sacramental, that means way of sanctification; He wanted, in other words, to give it a sense of the holy things, those in which Himself works beside the man.

So the couple know they can count on a “state of grace”, ie the grace of marriage, the sacrament that overcomes many difficulties, namely to hear Jesus and to take part of married life.
Jesus calls immaturity in love as  “hardness of heart”: for this reason Moses had granted the divorce.

We are immature in love when, because of our selfishness, we live by “I, and not by” us “; how to overcome this obstacle against love and against marriage?

First of all, knowing and re-evaluating the role of love, to live it without focusing only on the sexual aspects.

XXVIII Domenica T. Ordinario Vendi quello che hai e dallo ai poveri Mc 10, 17-30  

(commento di don Marco Pozza)    Un giovane si avvicina da Gesù e gli chiede:”Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. “Avere”, come se, possedendo molte ricchezze il tipo volesse comprare anche la vita eterna anziché “conquistarla”. Infatti, Gesù precisa:”Se vuoi entrare  (non “avere”)nella vita eterna osserva i comandamenti”. Cioè: non pensare ad avere, ma ad essere. Il giovane risponde che “Tutte queste cose le ho osservate da sempre” e, guardandosi attorno, aspetta che Gesù gli dica:”Tranquillo! La vita eterna è tua”. Invece le cose non vanno come lui pensa e Gesù, guardandolo con tenerezza, lo ama.   Quel giovane è in gamba ma vede tutto come “cose”, anche i comandamenti, e possiede la convinzione che la vita non dipende dai beni, dalle cose che uno ha, ma da come uno se ne serve. Quel giovane va aiutato a capire e Gesù lo ama perché è un ragazzo che crede nell’onestà e nell’ubbidienza, che vive con impegno. E sarà quasi crudele, anche se necessario, dovergli rispondere:”Perché mi chiami buono? E perché m’interroghi di ciò che è buono? Nessuno è buono tranne Dio solo”. Ma questo giovane non è ancora un santo: è un ricco. E Gesù lo aiuta lanciandogli una chance formidabile:”Se vuoi essere perfetto…”. Coraggio, giovane, prendi in mano la tua vita!

Dimostra a te stesso che non sei il servo delle cose, ma il padrone, tanto che puoi farne ciò che vuoi, anche venderle, anche regalarle. Niente! Il giovane rimane immobile e completamente spiazzato. E’ per bene, ma non ama l’azzardo. I comandamenti? Fossero stati quaranta, li avrebbe osservati tutti, ma rinunciare alla sicurezza delle cose, questo no!  

“Ma allora chi si può salvare?” Lo chiedono gli apostoli. E la pagina di questo vangelo torna a complicarsi. Come dire: nessuno. Quasi che tutti, in un modo o nell’altro, fossimo ricchi. Ed è vero anche questo. Tutti, infatti, possediamo ricchezze e tanto altro: amori, abitudini, luoghi, nostalgie, sogni familiari solo a noi. I miei figli, quella donna, gli amici? Crediamo siano legittimi, invece sono ancora “cose”, sono i “molti beni” che aveva quel giovane di cui ci parla l’evangelista.

Abbassa la testa, si gira e se ne va via triste. Triste. Perché capisce che gli è stata offerta un’occasione che non si ripeterà più. Nella vita nulla si ripete! Le ore, i giorni, gli anni sono unici e irripetibili. Sempre! O li vivi da protagonista, o li perdi. Triste, perché intuisce che rimarrà “un tale”: uno dei tanti, uno del gregge, uno che segue la corrente. Perché solo chi ha il coraggio di firmare la propria vita ha il diritto e la gioia di essere chiamato per nome! E Gesù lo vede allontanarsi, ma non prova assolutamente a fermarlo, non cerca di convincerlo abbassando il prezzo. Lo lascia andare via. Rispetta la libertà di quel giovane come quella di tutti.Non ricorre al “tu devi essere perfetto”,  ma rimane fedele al “se vuoi essere perfetto”. Non c’è gioia senza libertà!

Sell what you have and give to the poor A young man approaches Jesus and asks Him: “What do have I to do to get the eternal life?”. “Having”, as if, possessing great wealth this guy would like to buy even the eternal life instead of “win” it. In fact, Jesus states: “If you want to enter (not” have “) in the eternal life, keep the commandments in your heart.” That is: Do not think to “have”, but “to be”. The young man replied that “All these I have kept forever” and, looking around, waiting for Jesus to tell him: “Easy… Eternal life is yours.” Instead, things do not go as he thinks, and Jesus, looking at him with tenderness, loves Him.
That young man is a smart guy but he sees everything as “things”, even the commandments, and have the belief that life does not depend on the goods, from the things that anyone has, but how you use them. That young man should be helped to understand and Jesus loves him because he’s a guy who believes in honesty and obedience, who lives with commitment. He will be almost cruel, even if necessary, to answer him: “Why do you call me “good”? And why do you ask me about what is good? No one is good except God alone.” But this young man is not yet a saint : He is a wealthy man. Jesus helps him throwing a terrific chance: “If you would be perfect …”. Courage, young, you pick up your life! Prove to yourself that you are not the servant of the things, but the master, so that you can do whatever you want, even sell them, even give her. Anything! The young man remains motionless and completely wrong-footed. He is a good guy but  he does not like gambling. The commandments? If they were forty, he would have been observing them all but give up the security of things, no way!
”So, who can be saved?” They ask the apostles. And at this gospel page back to get complicated. How to say: none. Almost that everyone, in one way or another, we were rich. And it is also true. Everyone, in fact, possess wealth and more: loves, habits, places, nostalgia, dreams only familiar to us. My children, that woman, friends? We believe are legitimate, but I’m still “things”, are the “great possessions” that the young man had spoken of in the evangelist. He lowers his head, turns and goes away in a sad mood. Sad. Because he understands that he has been offered an opportunity that will never happen again. In life nothing is repeated! The hours, the days, the years are unique and unrepeatable. Always! Either you live as a protagonist, or you lose them. Sad, because it senses that he will remain “such a” one of many, one of the flock, one that follows the “current”. Because only those who have the courage to sign their lives have the right and the joy of being called by name! And Jesus sees him to leave, but does not try to stop him,  He doesn’t  tries to convince him just lowering the price. He let him go away. Jesus respects the freedom of that young man like the one of everybody. He does not resort to the “you have to be perfect”, but remains faithful to the “if you would want to be perfect.” There is no joy without freedom!

XXIX   Domenica T. Ordinario – La sbandata dei discepoli – Mc 10, 35-45

(commento di don Marco Pozza)   Il Vangelo d’oggi presenta la richiesta strana          per due apostoli sui quali ci scommetteresti la testa, ci giureresti la trasparenza. Uno è Giovanni, il discepolo          diligente e puntuale e l’altro è Giacomo, il fratello             diverso, per carattere e per temperamento, eppure così simili nel chiedere all’Uomo dei Vangeli la prima raccomandazione della storia: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Forse stupito pure Lui, li guardò: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Loro, certamente ingordi: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

Povero Messia: in preda alla passione sempre più incombente, di domenica in domenica deve far fronte all’ingordigia che s’è inabissata nel cuore della sua gente. Qualche chilometro prima li sentì borbottare tra loro. Portò pazienza, attese d’entrare in casa per redarguirli: “Di cosa stavate discutendo lungo la via?”. Essi tacquero: forte era la vergogna d’aver discusso su chi tra loro fosse il più grande. Più prossimi al Golgota, la lotta diventa spietata, qualcuno decide di metterci la faccia, di esporsi fin quasi all’ingordigia pubblica: “Uno a destra e uno a sinistra, Maestro. Questo ci basta”.

Forse Giovanni pensava che bastasse avere grandi doni mistici per reggere

la forza di quello sguardo, oppure anche lui, come me, di fronte al Suo mistero brancolava nel buio, laddove tutti sembrano camminare un po’ tentoni: peccatori e santi, diavolo e Madonna.

Pazienza per il giovane ricco, svergognato con delicatezza domenica scorsa: il suo fervore viaggiava pari all’ambizione di avere la vita eterna. Passi lui, ma a scivolare stavolta sono due di quelli che hanno appena sentito il terzo annuncio della Passione: hanno sentito e hanno tentato di assicurarsi il futuro, scatenando l’insoddisfazione degli altri dieci per aver preso l’iniziativa.

Il sospetto quella sera fu forte per l’Uomo di Nazareth, che anche quella ciurma di discepoli – cercati, amati e accreditati – avesse guardato alle sue parole come ad un film straniero senza sottotitoli: vedevano le immagini e traducevano a modo loro le sue parole. Fino a riempirne oggi i giornali: corruzione, illecito amministrativo, stupri, giunte che cadono, funzionari travolti da bufere scandalistiche, istituzioni corrose dalla ruggine del sospetto.

Storie di gossip, tradimenti e ripensamenti. Lui, grazioso nella sua sterminata pazienza d’educatore, a rilanciare la sua sfida paradossale e ambiziosa, forse pure colorata di un pizzico d’ingenuità: “Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”. Il problema è che Lui ci crede davvero.   Noi, di Lui, abbiamo sempre più nostalgia, giunti a questo tornante della storia.

The crush of the disciples –

The Gospel today presents the strange request for two apostles on which you bet your head there, you swear on their transparency. One is John, the  diligent and timely discipleand the other one is James, the brother different in character and temperament, but yet both so similar in asking the Man of the Gospels, about the first recommendation of the story, “Teacher, we want you to do whatever we ask. “ Perhaps He was surprised too and looked at them: “What do you want me to do for you?”. They certainly greedy: “Grant us to sit in Your Glory, one at your right hand and one at your left.” Poor Messiah in the throes of passion increasingly looming, every Sunday is facing the greedy mood  who has sunk in the heart of His  people. A few kilometers before He heard them mumbling to each other. He took patience, and waited to get into the house to reprimanded them: “What were you discussing on the way?”. They held their peace: strong was the shame of having discussed which of them was the greatest. Closest to Golgotha, the struggle becomes fierce, someone decides to put his face, exposing themselves almost to the public greedy: “One right and one left, Master. This is enough for us.” Perhaps John thought that it was enough to have great mystical gifts to withstand the force of that look, or he, like myself too, in front of His mystery he was groping in the dark, where everyone seems to walk a little ‘groping: saints and sinners, hell and Madonna.

Patience for the rich young man, gently blamed on last Sunday: his fervor was equally traveling as his ambition to have eternal life. OK for him, but to slip this time are two of those who have just heard the third announcement of the Passion: they heard and attempted to secure themselves the  future, sparking dissatisfaction on the other ten ones for having taken the initiative.

The suspicion that evening was strong for the Man of Nazareth, that the crew of disciples – sought, loved and accredited – he looked at His words like a foreign film without subtitles: they saw the images and translated His words in their own way . Up to fill some newspapers: corruption, administrative offense, rapes, arrived that fall, officials overwhelmed by storms scandal, institutions rusting of the suspect. Gossip stories, betrayal and thoughts.

He, graceful in his endless patience of educator, to revive its paradoxical and ambitious challenge, perhaps colored too by a touch of naivete: “Among you this has not to be so, but whoever would be great among you must be your servant, and whoever would be first among you must be slave of all. “ The problem is that He really believes that.
We, have more and more nostalgic about Him, at this bend in the story.

XXX Domenica T. Ordinario Il cieco “vede” Gesù – Mc 10, 46-52 (commento di don Marco Pozza)      

Il cieco, dell’odierno vangelo, non era uno sprovveduto perché se il troppo caos non favoriva la compassione della gente lui si sedeva ai bordi della strada che conduceva a Gerico; lì la gente sovente lasciava cadere qualche monetina ai piedi dei mendicanti. Era cieco ma l’udito gli funzionava a meraviglia, non vedeva, ma avvertiva il passaggio di passi strani e dal sapore assai familiare per lui.

Stavolta c’era l’occasione della vita e si giocava tutto. Molti dei presenti avrebbero voluto metterlo a tacere come se a lui non bastasse già la miseria di pupille incapaci di scorgere i lineamenti delle cose e i volti delle persone: gli altri sì che ci vedevano bene. Se la vista gli difettava, chiese aiuto alla gola riarsa:  “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù passando si arrestò: talune volte gli piaceva farsi chiamare, sentirsi cercato, desiderato, invocato. Non era pia esigenza di vanità ma semplice ricerca di un frammento di fede cristallina. E’ nostalgia di vera fede. Lui si fermò, attirato da quel grido così rauco da supplire la mancanza della luce:  “chiamatelo!”. Straordinario il Maestro: “chiamatelo proprio voi che vorreste metterlo a tacere. Voi, non altri”. Basta quell’imperativo – chiamatelo! – per far nascere in loro l’esame di coscienza meglio riuscito della storia: i veri non vedenti erano coloro che sgridavano il cieco per farlo tacere.

L’unico che ci vedeva davvero bene era colui che non vedeva, il cieco della strada di Gerico. Chiamatelo! E lui gettò il mantello, balzò in piedi e corse verso la Luce:”mio Signore, che io possa vedere! “Vedere uomini che camminano, alberi, animali, cose… Che io possa vedere Te! La cecità che cerca disperatamente la Luce, la miseria al cospetto della Grazia: “Va, la tua fede ti ha salvato”. Analisi approfondite hanno svelato che in realtà quell’uomo, accattone di Luce, era un non vedente al quale riuscivano cose impossibili al manipolo di discepoli: “vedere col cuore” l’essenziale della storia. Alzati! E racconta la Luce che ti ha accecato al punto tale da ridarti la vista; e con essa l’ebbrezza della luce, il mistero dei chiaroscuri, l’evidenza della Grazia all’opera. Bartimeo era cieco ma ha riconosciuto Cristo; io ci vedo benissimo – parole dell’oculista – e Cristo m’è passato davanti anche oggi: eppure non l’ho riconosciuto. Con ironia l’invito era diretto a me:  Alzati!

The blind man “sees” Jesus The blind man from the today’s Gospel, was not a fool because if even too much chaos did not favor the people’s compassion, he sat down on the edge of the road leading to Jericho; there people often dropped a few coins at the feet of beggars. He was blind but his hearing worked perfectly, he couldn’t see, but felt the passage of strange but very familiar steps for him.

This time there was the chance of a lifetime and he bet on everything. Many of those present would want to silence him as if it were not enough misery to have two pupils unable to discern the features of things and faces of the people: the others surely could see well. If his vision lacked, he appealed for help to his parched throat, “Son of David, have mercy on me!”.
Jesus stopped : certain times He liked to be called, feel wanted, invoked. It was not pious need for vanity but simple search of a piece of crystalline faith. It is longing for true faith. He stopped, attracted by the hoarse cry by so up for the lack of light, “call it!”. Extraordinary Teacher, “just call him right you that would want to silence him. You, not others.” Just that imperative – call! – To give birth in their own conscience examination most successful in history: the true blind were those one who rebuked the blind man to keep him quiet.
The only one who saw us really well was the one who did not see, the blind man of Jericho road. Call him! And he threw his cloak, he jumped up and ran to the Light: “My Lord, that I may see!” See men walking, trees, animals, things … that I can see you! Blindness desperately seeking the Light, the misery in the presence of Grace, “Go, your faith has saved you.”
Detailed analyzes revealed that in fact this man, beggar of Light, was a blind which could impossible things a handful of disciples: “see with their hearts” the essence of the story. Get up! He tells the Light that has blinded you to the point of give back the view; and with it the thrill of the light, the mystery of light and shade, the evidence of grace at work.
Bartimaeus was blind but he recognized Christ; I can see very well – words from an eye doctor- and Christ passed in front of me today, and yet I did not recognize.
Ironically the invitation was directed to me, ‘Get up!

1 Novembre – Solennità di Tutti i Santi Chi sono i Santi? (Persone come te che puoi diventare come loro)

Mt 5, 1-12

(commento di don Marco Pozza)   Il Vangelo d’oggi rischiara l’orizzonte come uno squarcio che s’apre in un cielo scuro. Ha senso oggi dare del beato all’uomo della periferia e dei cassonetti?

«Beati (…) Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». 

Facile promettere orizzonti di felicità domani: è l’oggi quello che all’uomo fa spavento, lo fa tremare, gli stordisce persino il cuore. In Chiesa è anche bello sentirle risuonare queste parole. Il problema è oltre la porta della chiesa laddove la storia chiama, grida, insulta. Beati voi! Certi giorni anche il Cielo sembra irridere i rantoli di quaggiù.

Eccolo il senso spettacolare di questa liturgia: chi sono i Santi?

Sono quelle persone che hanno saputo leggere la storia con gli occhi di Dio. Persone – che non sono nate sante, ndr – ma che hanno accettato di lasciarsi guardare dal Cielo fino a riuscire a pensarsi come Dio li ha pensati: uomini perfettamente uomini, armati di beatitudini, hanno guardato in faccia la storia e l’hanno attraversata, né aggirata né scansata. Eroismo? Più che eroismo si trattò forse di fiducia anche se, oggi, fidarsi di qualcuno, sembra un’alta forma d’eroismo.

Uomini e donne scesi in strada consapevoli del proprio avvenire: oggi scartati e domani beati, con quell’inaudita fanciullezza di spirito che spinse qualcuno di loro a rasentare la follia e il paradosso. Finendo per chiamare sorella quella che per taluni invece è nemica,  l’esatto opposto: la morte, per l’appunto. Sorella, invece: quasi una porta che, attraversata, getta sull’altrove di Dio. Io i santi me l’immagino da sempre come uomini coi piedi ben piantati per terra: «Nessuno prende la realtà sul serio come il santo perché in verità ogni fantasticheria, sulla sua strada irta di pericoli, inesorabilmente si vendicherebbe. Diventare santo significa per l’uomo reale staccarsi da sé, per entrare nel Dio reale» scrisse un giorno Romano Guardini. La santità, dunque, come il massimo del realismo più che l’elogio della fantasia. La santità è tutta qui: lasciarsi pensare da Dio e vivere come da Lui pensati.

Who are the saints? (People like you can become like them)

The today’s Gospel brightens over the horizon like a gash that opens up in a dark sky.
Does it make sense to name the  man of the suburbs and the bins as blessed?

“Blessed (…) Blessed are you when men revile you and persecute you and utter all kinds of evil against you falsely on my account. Rejoice and be glad, because great is your reward in heaven. “
Easy promising horizons of happiness tomorrow . Men are scared of today, they shakes about it , they stuns even in their heart. In the Church it is also nice to hear these words to resonate.

The problem is beyond the door of the church where the story calls, shouts, insults. Blessed are you! Some days even the sky seems to mock the gasps from here.
Here is the spectacular sense of this liturgy: who are the Saints?

Are those people who were able to read the story through the eyes of God. People – not born as holy ones, ed – but people who agreed to let been driven from heaven to be able to think of themselves as God had them in mind: men perfectly human, just armed of Beatitudes, they have looked into the face of history and have crossed or circumvented or shunned it. Heroism? More than heroism it was perhaps about  confidence even if, today, to trust someone, it seems a high form of heroism.
Men and women got down to the  streets just perfectly aware of their future: today discarded and tomorrow blessed with that unheard childhood spirit that drove some of them to border on madness and paradox. Ending to call as sister who is – for some – is the enemy , the exact opposite: death, precisely. Sister, however: almost a door that once crossed, it throws us on to other places of God. I guess  Saints always as men with their feet firmly fit on the ground: “No one takes seriously the reality as the saint for verily every reverie, his path fraught with danger, surely be avenged. Become a saint it means to break away from the real man himself, to enter the real God, “he wrote one day Romano Guardini. Holiness, then, as the max of  the realism rather than the praise of the imagination. Holiness is all about: letting us to be thought by God and live as He meant.

2 Novembre Commemorazione defunti Vivere da vivi – Gv 6, 37-40   (Commento di don Roberto Seregni) Da queste parti, continua a piovere.

Ieri, nella visita al campo santo, ho visto molte lacrime mischiate alla pioggia. Quella dei cimiteri è una terra salata, irrigata di lacrime e di speranza.

E’ una terra che custodisce la certezza che la morte non è l’ultima parola, ma un punto messo al penultimo capitolo.

C’è una pagina ancora. Quella definitiva. Non solo la fine, ma il fine. Per noi cristiani, discepoli del Dio vivente, non esiste la fine, ma solo il fine che è il Cristo Risorto.

La liturgia di oggi c’invita a metterci davanti alla morte, a quella dei nostri cari ma anche alla nostra. Le celebrazioni di questi giorni sono per i nostri cari, che ci hanno preceduto nel giardino del Padre, ma è fondamentale ricordarsi che al centro delle celebrazioni di oggi non c’è la morte. Il centro di questo giorno è la certezza della resurrezione di Cristo.

Ieri una cara amica mi ha scritto nell’imminenza di un suo viaggio in Terra Santa.

Gli ho chiesto di ricordarmi nella sua preghiera e in modo particolare davanti al Santo Sepolcro.

Lei è rimasta stupita da questo desiderio e mi ha chiesto il perché. Semplice, ho risposto io, perché è vuoto. Gesù ha lasciato vuoto il sepolcro, ha svuotato tutte le nostre paure, ha svuotato le angosce del nulla e del non senso della morte.   Il sepolcro di Gesù è vuoto, la vita nuova donata da Dio è più forte della morte.   In questo giorno, nella nostra visita ai luoghi della memoria, mettiamo al centro la resurrezione di Gesù. Abbandoniamo la preoccupazione della morte e lasciamoci invece pungolare dall’unica vera preoccupazione che un cristiano dovrebbe avere: quella di non vivere da “morto”, senza amore, senza passione, senza inseguire i sogni di Dio. Coraggio cari amici, ripartiamo da qui, da questa parola forte sulla nostra vita che c’invita a vivere da vivi. Buona settimana.     

Living alive Here, it continues to rain.Yesterday, during the visit to the graveyard, I saw many tears mixed with rain.   The cemetery ground is a salty land, watered with tears and hope. It’s a land which preserves the certainty that death is not the last word, but a point made in the penultimate chapter.
There is a page yet.

The final one. Not only the end, but the purpose.
For us Christians, disciples of the living God, there is no end, but that is only the purpose of everything that is the Risen Christ.
Today’s liturgy invites us to put ourselves in front of the death, the one of our loved ones but also to ours.

The celebrations of these days are for our loved ones who preceded us in the garden of the Father, but it is crucial to remember that at the center of the celebrations of today there is no death.
The focus of this day is the certainty of the resurrection of Christ.
Yesterday a dear friend wrote to me on the eve of her trip to the Holy Land. I asked her to remember me in his prayers and in particular before the Holy Sepulchre. She was surprised by this desire of mine and she asked me why.

Simple, I replied, because it is empty.
Jesus left the tomb empty, He emptied all our fears, He emptied our anxieties of nothingness and meaninglessness of death.

Jesus’ tomb is empty, the new life given by God is stronger than death.
On this day, in our visits to the places of memory, let’s put at the center the resurrection of Jesus.

Let’s abandon the concern of death and instead let us to be prodding from the only real concern that a Christian should have: not to live as “dead”, without love, without passion, without chasing the dreams of God.
Courage, dear friends, let’s start again from here, from this strong word in our lives that invites us to live alive.

Have a great week!
XXXI Domenica T. Ordinario

AMERAI IL SIGNORE DIO TUO…E IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO

Marco ci parla di uno scriba che è alla ricerca di Dio e vuol sapere come arrivare a lui con certezza.

Alla domanda quale sia il cuore della Legge, Gesù risponde in modo relativamente prevedibile, ma essenziale.

L’amore verso Dio che si realizza attraverso quello verso il prossimo, sono i due comandamenti che abbracciano tutti gli altri.

Nell’Antico Testamento il comandamento era diventato preghiera “Shemà, Israel” (“Ascolta, Israele”Dt 6,4-5) sempre presente nei cuori, nelle menti, nelle mani e nelle case.

Gesù vi aggiunge la necessità di metterlo in pratica, mediante quell’amore per il prossimo che permette a ciascuno di verificare se ama davvero Dio (1Gv 4,20). La carità fraterna distingue e caratterizza i veri cristiani, fedeli a Gesù.

Lo scriba allora, felice di essere riconfortato nella propria fede, si felicita con Gesù. Ecco l’uomo che si complimenta con Dio, contento di ritrovarsi in accordo con Dio.

E’ commovente questo vecchio saggio che si complimenta con il giovane Rabbì, senza sospettare che si sta complimentando con Dio stesso.

Gesù ne è commosso e accoglie con gioia l’osservazione di quest’uomo che è un vero credente (Gv 1,47) e risponde alle sue lodi come ciascuno di noi vorrebbe sentire.Conferma lo scriba nella sua fede e lo rassicura che non si sta sbagliando.

YOU SHALL LOVE THE LORD, YOUR GOD…AND YOUR NEIGHBOR AS YOURSELF

Mark tells us of a scribe who is seeking God and wants to know how to get to him with certainty.

When asked what is the heart of the Law, Jesus responds relatively predictable, but essential.

The love of God, which is realized through love of neighbor are the two commandments which unite all the others.

In the Old Testament the commandment had become prayer “Shema, Israel” (“Hear, O Israel” – Deut 6:4-5) always present in the hearts, minds, hands and homes.

Jesus adds the need to put it into practice, through love of neighbor that allows individuals to see if he really loves God (1 Jn 4:20).

Fraternal charity distinguishes and characterizes the true Christians, faithful to Jesus.

The scribe then, happy to be comforted in his faith, congratulates Jesus. He is the man who complimented God, pleased to find himself in agreement with God.

This wise old man is moving who complimented the young Rabbi, without suspecting that you are complimenting God himself.

Jesus is moved and gladly welcomes the observation of this man who is a true believer (Jn 1:47), and responds to his praise as each of us would want to hear. Jesus confirm the scribe in his faith and reassures him that he not is mistaken.

XXXII Domenica T. Ordinario Ha dato tutto ciò che aveva – Mc 12, 38-44

(commento di don Marco Pozza)   Coloro che sono considerati grandi amano le folle che riempiono le piazze, non le piccole persone con i loro problemi. I grandi non cercano confidenza e amicizia, ma fedeltà e obbedienza;anche in questo Gesù Nazareno fa eccezione: trascina le folle, seduce i cuori ma quando tutti pendono dalle sue labbra svela un’attenzione puntuale per le persone. “E vide una povera vedova che vi gettò due spiccioli, in pratica un quattrino”. In mezzo alla folla, volge il suo sguardo alla povertà onorevole di quella donna. Il Vangelo è pieno di uomini e donne che, dopo averlo incontrato, non sono più gli stessi, sono trasformati, cambiano radicalmente vita. Seduto di fronte al tesoro del tempio, Gesù osserva come i tanti ricchi, impettiti, vi gettano molte monete: bravissima gente, davvero. Poi ecco sopraggiungere una povera vedova che vi getta appena due spiccioli. Gesù allora chiama a se i discepoli per dire loro: “Vedete? Quella povera vedova ha messo più di tutti gli altri, perché il molto degli altri è superfluo, mentre quel “poco” è “tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,41-44). Gesù di Nazareth sapeva scovare i gesti di bellezza e di sincerità nascosti tra tante volgarità, banalità, e falsità. Per questo si dedicava a recuperare la bellezza offuscata, minacciata, cancellata dalla malattia, dall’invalidità, dall’emarginazione, dalla morte, dal peccato. Chi s’innamora di Gesù sentirà un forte desiderio di amarlo e seguirlo per imparare a guardare il mondo con i suoi occhi, farà di tutto per avere una vita bella e si dedicherà a recuperare bellezza da tutto ciò che la nasconde e la deturpa.

Questo è il Gesù dei Vangeli che vogliono rubarci: un uomo forte, battagliero, libero, ma tenero e amante della bellezza soprattutto quella spirituale. Gli scribi, come i farisei, sanno tutto della religione, ostentano la loro sapienza e peccano di presunzione nel ritenersi graditi a Dio. La vedova, al contrario, butta sulla bilancia la sua vita e, avendo dato tutto quello che ha, gioca tutto quello che è: a Dio, con mano umile e leggera, dona i suoi spiccioli, le sue monetine, i suoi pochissimi talenti. E siccome sono pochi, li depone con delicatezza di donna nei vasi del tempio. Gettandoli svuota la sua vita, spalanca il suo cuore, gioca il tutto per tutto. Imbarazzante questa vedova, l’esatto contrario del giovane ricco.

Di lui i vangeli tramandano la tristezza sul volto nell’attimo del rifiuto, anche se conosceva e osservava tutti i comandamenti. Mi guardo allo specchio e considero che questa donna – vedova, povera e forse poco seducente – “mi passa avanti” e mi fa paura perché mi urla che i sogni di Dio non accettano calcoli, chiedono di strappare la mia storia, di accelerare i tempi, di non vergognarmi del mio poco. Mi ricorda che non ci può essere fedeltà senza rischio. D’altra parte anche Dio rischia oggi ad investire su di me.

He gave everything he had – Mk 12: 38-44 Those ones that are considered “Great” usually like crowds filling squares but not the small people with their own problems. I do not look great confidence and friendship, but loyalty and obedience; Also into this Jesus of Nazareth is an exception: He Drag the crowds, He seduces hearts but when all hanging on His every word, He reveals precise attention to people. “And He saw a poor widow put in two coins, basically a penny.” In the crowd, He turns His gaze to the honorable poverty of the woman. The Gospel is full of men and women who, after meeting Him, are no longer the same, are transformed, radically change life.Sitting in front of the temple treasury, Jesus looks how the many rich, strutting, me throw a lot of money like nothing: very good people, really. Then here come a poor widow who throws just two coins. Jesus then called in if the disciples to tell them: “Do You see her? That poor widow has put in there, more than all the others, because much of the other is unnecessary, as the” little “is” all she had to live on “ (Mk 12: 41-44).
Jesus of Nazareth could find gestures of beauty and sincerity hidden among many vulgarities, banalities, and falsehood. To this He devoted himself to recall the beauty that got blurred, threatened, removed from the illness, invalidity, marginalization, from death, from sin. Who falls in love with Jesus feel a strong desire to love Him and follow Him to learn to see the world through his eyes, he will do anything to have a beautiful life, and we will devote to recover from all that beauty hides and disfigures it.
This is the Jesus from the Gospels they want to steal: A strong, combative, free man  but tender and loving beauty, especially the spiritual one. The scribes, like the Pharisees, they know everything of religion, flaunt their wisdom and sin of presumption in thinking to please God. The widow, on the contrary, throws the balance of his life and, having given everything she plays everything that is, to God, with a humble and light hand, gives her coins, her coins, her few talents. And because they are a few money, she places them gently in the vessels of the temple. Throwing them in, she empties her life, she opens her heart, she plays all out. Embarrassing this widow, the exact opposite of the rich young man. Gospels hand down the sadness on his face in the moment of refusal, even though he knew and observed all the commandments.
I look my face in the mirror and I consider that this woman – a  poor and perhaps unattractive widow – “ she pass me ahead” and it scares me because she screams to me  that God’s dreams do not accept calculations, they ask to tear my story up, to speed up, not to be ashamed of my little. She reminds me that there can be no loyalty without risk.
On the other hand even today God is likely to invest in me.
XXXIII Domenica T. Ordinario Correre con gli occhi bendati…– Mc 13, 24-32  

(commento di mons. Antonio Riboldi Chi siamo e come viviamo nel breve periodo che Dio ci concede sulla terra? Se non ci lasciamo sviare dalle sirene che tentano di distrarci per farci vivere solo l’attimo fuggente, avvertiamo come il tempo scorra via, alla velocità del suono, e gli anni vissuti paiono istanti… Si ha davvero la sensazione che la vita corra più di quanto vorremmo, in un continuo mutamento, come una rincorsa tra speranze, ansie e sofferenze, ma soprattutto, se si segue la ragione, viene da chiedersi: “Che cosa sarà di tutti noi, del mondo, alla fine dei tempi?”
Sono quindi giuste domande quelle che ci poniamo che rivelano, se fatte con serietà, nobiltà di riflessione, perché mettono in discussione tutto di noi, per chi viviamo, del come viviamo, correndo verso il futuro che ci attende.
È vero che tanta gente non vuole porsele, scegliendo di correre con gli occhi bendati, senza neppure chiedersi dove finirà la propria corsa su questa terra e stabilendo, che la conclusione di tutto è il nulla di una tomba.

Che tristezza! Questo è davvero annullare ogni umanità e spiritualità dell’uomo, contraddire la sua evidente ansia d’infinito, che è la traccia chiara che testimonia il nostro essere “ad immagine e somiglianza di Dio”, quindi creati per l’eternità. Dovremmo sapere tutti che la vita Dio l’ha donata non come un breve soggiorno che si concluderà con la morte, non avrebbe senso. Se riflettiamo un po’ e con serietà, sentiamo che è forte l’interrogativo sul futuro dopo la morte.

Da dove giunge una tale ‘ansia’ d’eterno? Può essere la conseguenza di sentirsi solo “polvere e fango” o non piuttosto il dono profondo dello Spirito che già abita in noi? Chiediamo la luce per credere o per confermare la nostra fede: sì, la vita è dono di Dio, per costruire la santità che consiste nell’amare come Lui ci ha amati, ed essere così pronti, domani, ad incontrarlo che, per Amore, ci ha già riaperto le porte del Cielo.
Al catechismo avevamo imparato che la ragione del nostro essere al mondo, era chiara e rassicurante: ‘Per conoscere Dio, amarlo, servirlo in questa vita, per poi essere felice con Lui in Paradiso’.
Purtroppo il nostro tempo, tanto evoluto e tecnologico, ma troppo materialista, ha cancellato questa ragione fondante della nostra esistenza: una vigilia per la gran festa futura, in vista della quale dovremmo imparare a vivere con responsabilità ogni scelta terrena, con l’amore necessario, che si attinge guardando al Cielo e che ci prepara alla Vita eterna che ci attende.
Gesù affronta il discorso dell’ultimo giorno, non come uno spezzarsi dei legami o il venir meno della speranza, ma come un cambiamento radicale che finalmente metterà a fuoco ciò che nella vita terrena davvero è importante: il Suo Amore e la nostra relazione d’amore con Lui.

Running blindfolded … – Mk 13: 24-32 – Who we are and how do we live over the short time that God allow us to live us on earth? If we will not be misled by the sirens who try to divert us to                       make us to live the present moment only, we feel as time goes on to the speed of sound, and then, the years we have been living are just like moments …

It seems like that life runs more than we would like, in a continuops movement, as a run-up in hopes, anxieties and sufferings, but above all, if you follow the reason, one might wonder: “What it will be of all of us, of the world, at the end of time?”
So all the questions we ask ourselves then become right whether made serious, nobility of thought, because they question all of us, for whom we live, the way we live, running to the future that awaits us.
It is true that many people do not want to ask thremselves, just choosing to run blindfolded, without even wondering where it will end its run on this earth and ruled that the conclusion of everything is nothing of a grave. How sad it is! This really cancel each man’s humanity and spirituality, to contradict his obvious anxiety of the infinite, which is the clear record that testifies that our being  as “in the image and likeness of God”, then created for eternity. We all should know  that God has given life over to us not as a short stay that will end with the death, would be meaningless. If we seriously think about it, we can feel that there is a strong question about the future after death.
Where does this ‘anxiety’ of the eternal come from? It may be the consequence of being only “dust and mud,” or rather the profound gift of the Spirit who already lives in us? Let’s ask for light to believe or to confirm our faith:  Yes, life It is a gift of God, to build the holiness that is to love as He loved us, and so be ready, tomorrow, to meet Him that, for Love, has already re-opened the doors of heaven.

At Catechism we learned that the reason for our being in the world, was clear and reassuring: ‘To know God, to love Him, serve Him in this life in order to be happy with Him in Heaven’.
Unfortunately our time, both so advanced and technological but too materialistic, it deleted this fundamental reason of our existence: a sort of Eve for the big party in the future, in view of which we should learn to live with responsibility, each earthly choice, with the necessary love , which draws on looking into heaven and that prepares us for eternal life that awaits us.
Jesus faces the speech on the last day, not as a breaking of the bonds or the weakening of hopes, but as a radical change that will finally focus on what is really important in this life: His love and our love relationship with Him.
SOLENNITA’ DI CRISTO RE – “Il” fine e non “la” fine – Gv 18, 33-37 (commento di don Marco Pozza)      

Contemplando la Bellezza Crocifissa, non parleremo de “la fine” dell’avventura umana di Gesù ma, questa domenica, scopriremo –          finalmente e senza dubbi – “il fine” della storia, in                      altre parole, com’era all’inizio nell’immaginazione di Colui che le ha dato forma e bellezza. Parlare al maschile o al femminile ci aiuterà a capire come l’uomo e la donna avranno interpretato la loro vita quaggiù in terra.La storia l’hanno coniugata al femminile coloro che usavano l’escamotage per giustificare l’angoscia e lo spavento, la diffidenza e la paura, la stanchezza e quell’inerzia tipica di chi ha vissuto senza rischi. Nella Sacra Scrittura avranno anche trovato giustificazione: dal servo malvagio e infingardo della parabola dei talenti al giovane tristemente ricco ma rimasto senza nome passando per quella sterminata e fastidiosa serie di falsi profeti, d’uomini e donne vissuti senza infamia e senza gloria. Essi proveranno una grande nostalgia per aver contemplato, tardivamente, che la vera Gloria abitava nello strazio di un Uomo Crocifisso che ha sempre difeso ciò che era negato e disprezzato dall’intelligenza di chi governava la storia. Per chi avrà sempre usato il genere maschile, oggi la liturgia svelerà “il fine” della storia, in altre parole s’accenderà luminoso il grande segreto che il Creatore aveva posto nel cuore della Storia per farla battere di speranza quaggiù. Per costoro vivere sarà stata un’avventura senza noia per giungere a contemplare il Volto radioso e affascinante di Colui che, strozzato come un malfattore ebbe il coraggio di affermare che: “Il mio Regno non è di quaggiù”. Gesù e i discepoli furono presi per pazzi, per ubriachi, le loro voci furono sgozzate nei patiboli e infilate con gli spaghi nelle sinagoghe: eppure essi non tacquero. Perché per loro la storia tendeva ad “un fine”, non “alla fine”. I santi sono i veri realisti, tengono conto che l’uomo così com’è, non ha speranza, e non fuggono dal presente per rifugiarsi nel futuro. Essi sono i veri utopisti: nonostante tutto, si danno da fare e sperano contro la speranza. Vivono della prodigalità dell’amore eucaristico di Dio. I santi sono umili: vale a dire, la mediocrità della Chiesa non li scoraggia a solidarizzare definitivamente con essa; perché sanno bene che senza la Chiesa non troverebbero la strada che li porta a Dio. Combattono la mediocrità, non con la contestazione ma stimolando, contagiando, accendendo i cuori migliori. Di chi fu vera gloria ancora non è dato sapere. Rimane quel Volto Trafitto come ultima parola di un anno liturgico. Per non morire di disperazione.

“The” goal, not “the” end – Jn 18: 33-37

  • Contemplating the Crucified Beauty, we will not talk of “the end” of the human history of Jesus but,this Sunday, we will discover – and now with no doubt – “the goal” of the story, in other words, how it was the beginning into the imagination of the One who gave shape and beauty. Speaking to the male or female will help us to understand how the man and woman have interpreted their lives here on earth.
    The story have been written to female gender to emphasize the anguish and fear, distrust and fear, fatigue and that inertia typical of those who lived without risks.
    In Sacred Scripture will also have been justified: from the wicked, lazy servant in the parable of the talents to the young rich but sadly remained nameless through the endless and annoying series of false prophets, men and women lived without infamy and without glory.
    They will experience a great nostalgia for having contemplated, belatedly, that the real Gloria lived in the torture of a crucified man who has always defended what was denied and despised by the intelligence of those who governed the story.

For those who have always used the masculine gender, the liturgy today will unveil “the goal” of the story, in other words will be set ablaze bright the great secret that the Creator had placed in the heart of history to make it beat with hope here. For them, life will be an adventure without boredom to come to contemplate the radiant and charming face of Him who, strangled as a criminal had the courage to say that: “My kingdom is not from here.”
Jesus and his disciples were caught for fools, drunkards, their voices were slaughtered in the gallows and strung with twine in the synagogues, and yet they were NOT silent. Because for them the story tended to “an end”, not to “the end.”
The saints are the true realists, take into account that man, as it is, has no hope, and they do not run away from this to take refuge in the future. They are the real utopians: despite everything, are busy and hoping against hope. They live in the prodigality of Eucharistic love of God. The saints are humble: namely, the mediocrity of the Church doesn’ t discourages them to empathize with it definitively; because they perfectly know that, without the Church, they would not find the way that leads to God. They fight against mediocrity, not just complaint but stimulating, contaging , turning the hearts best.
   Whose was it true glory is not yet known. Remains that Pierced face as a last word of a liturgical year. To not to die of despair.

Collaborazione di Mons. Antonio Riboldi

In alcune festività sono stati utilizzati i commenti di mons. Antonio Riboldi. Nato a Triuggio il 16 gennaio 1923 e tornato alla Casa del Padre il 10 dicembre 2017 a Stresa. Fu vescovo cattolico italiano, nominato il 25 gennaio 1978 da papa Paolo VI. Fu noto per il suo impegno a favore della legalità e giustizia, sperimentato negli anni del suo ministero pastorale vissuto prima come parroco e poi come vescovo.

Dal dicembre 2017 al 2020, Paolo Curtaz

Nato ad Aosta il 31 luglio 1965, scrittore e teologo italiano. Nel 1995 è stato nominato direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, in seguito ha curato il coordinamento della pastorale giovanile cittadina. Dal 1999 al 2007 è stato responsabile dell’Ufficio dei beni culturali ecclesiastici della diocesi di Aosta. Nel 2004, grazie ad un gruppo di amici di Torino, fonda il sito ti racconto la parola che pubblica il commento al vangelo domenicale e le sue conferenze audio. Negli stessi anni conduce la trasmissione radiofonica quotidiana Prima di tutto, per il circuito nazionale Inblu della CEI e collabora alla rivista mensile Parola e Preghiera Edizioni San Paolo, che propone un cammino quotidiano di preghiera per l’uomo contemporaneo. Come giornalista pubblicista ha collaborato con alcune riviste cristiane (Il Nostro Tempo, Famiglia Cristiana, L’Eco di Terrasanta) e con siti di pastorale cattolica. Ha pubblicato diversi libri.

Dal dicembre 2020 ad oggi, Monsignor Roberto Brunelli